In attesa del voto finale a Palazzo Madama, è già tempo di bilanci in base alle modifiche che sono state apportate alla legge elettorale. Di certo, il ritorno delle preferenze rappresenta un risultato che incassa Giorgia Meloni. Vince dunque la presidente del Consiglio perché, al netto dello scontro fisiologico con le opposizioni, può vantare di aver reintrodotto le preferenze seppur in una forma light. Lo ha fatto dopo il passaggio a vuoto alla Camera dove i franchi tiratori nel segreto delle urne avevano respinto la proposta della premier. È il motivo per cui nella war room di Palazzo Chigi avranno fatto di conto nelle ore in cui ballava il sub-emendamento del campo largo che tagliava i capilista e introduceva le preferenze libere. Alla fine Meloni e i suoi hanno fatto un ragionamento di real politik: osare ancora di più sulle preferenze e dunque inseguire il modello campo largo oppure salvare la coalizione e la legislatura? In questo quadro la coalizione di centrodestra supera con maturità un ostacolo non banale, un passaggio parlamentare in cui in molti temevano il peggio. È prevalso il buon senso da parte di tutti gli attori in campo.
Adesso si vedrà cosa succederà alla Camera. Dall’altra l’opposizione ha provato a intralciare il cammino della maggioranza con una proposta unitaria sulle preferenze che sotto sotto le segreterie dei partiti del campo largo nemmeno avrebbero voluto. Anche perché sia Schlein sia Conte hanno intenzione di rifare i gruppi secondo i propri desiderati e i capilista bloccati sono funzionali a questo disegno. È stata forse la mossa più strategica di Schlein & Co dall’inizio della legislatura ma alla fine stanata dalla maggioranza. In questo quadro la riformulazione della norma anti-cespugli rappresenta una boccata d’ossigeno sia per il centrodestra sia per il centrosinistra. Viene eliminata la soglia e di conseguenza tutti i voti, anche quelli ottenuti dai ‘piccoli’ che non raggiungono nemmeno l’1%, saranno conteggiati ai fini dell’assegnazione del premio di maggioranza alla coalizione. In questo modo tutti i voti ottenuti da liste o partiti collegati a una coalizione vanno computati a livello nazionale ai fini del raggiungimento della soglia del 42% per incassare il premio di maggioranza, anche se dovessero ottenere meno dell’1% dei voti. Nel testo della legge elettorale licenziato dalla Camera sotto la soglia del 3% i voti, ad eccezione del cosiddetto «miglior perdente», non valevano ai fini dell’attribuzione del premio. Tuttavia, per evitare che dilaghino piccole liste, o le cosiddette «liste civetta», viene aumentato il numero di firme necessarie. Innalzandolo da un minimo di 9mila a un massimo di 10mila per chi non è presente in Parlamento. Tutto questo non modifica la parte relativa ai presenti in una delle Camere al 31 dicembre del 2025, che ne sono esonerati. Né tanto meno chi c’è come gruppo o come componente in una sola Camera, come +Europa e Futuro Nazionale: in questo caso le firme da raccogliere vanno da un minimo di 1.500 a un massimo di 2.000.
