Controcultura

Il pellegrino Flaubert al santuario del suo idolo

Nel 1847 l'allora sconosciuto scrittore visitò la tomba (vuota) e i luoghi di Chateaubriand

Nel 1847, quando Gustave Flaubert percorse la Bretagna in lungo e in largo, il perché di quel viaggio stava nel suo punto d'arrivo, Saint-Malo e dintorni, ovvero Combourg, dove Chateaubriand era nato e dove Chateaubriand voleva ora morire. Flaubert era allora un venticinquenne sconosciuto. Chateaubriand era un vecchio onusto di gloria, ma politicamente un sopravvissuto: l'ultima fiammata l'aveva avuta nel 1830, quando Parigi era scesa ancora in piazza e la «monarchia borghese» degli Orléans aveva preso il posto di quella legittimista dei Borboni. Gli insorti lo avevano riconosciuto per strada e portato in trionfo perché difensore della libertà di stampa contro ogni censura politica, ma il nuovo regime lo aveva trovato all'opposizione quanto il precedente lo aveva disgustato e in più gli aveva fatto conoscere la prigione... Così, qualche anno dopo, era riuscito a farsi dare un pezzo di terra su un isolotto, Le Grand Bé, di fronte appunto a Saint-Malo, e lì aveva sistemato la sua tomba, in attesa di occuparla.

Quando Flaubert vi si recò in pellegrinaggio, Chateaubriand era ancora vivo (sarebbe morto l'anno successivo, proprio nei giorni in cui un'altra insurrezione metteva fine all'istituzione monarchica e ingenuamente faceva di Luigi Bonaparte il suo nuovo presidente della Repubblica...), il che poneva al giovane scrittore sconosciuto un problema non secondario: raccogliersi nella contemplazione e nella celebrazione di un sepolcro vuoto! Se la cavò brillantemente: «Quel punto bianco intagliato nella roccia è il posto che ha destinato al suo cadavere» scrisse, contemplandolo ancora dalle mura della città. Dopo averlo descritto in loco, «la tomba è composta da tre blocchi, uno per la base, uno per la lastra, uno per la croce», usò il verbo al futuro: «Dormirà là sotto, con la testa rivolta verso il mare; in quel sepolcro costruito su uno scoglio la sua immortalità sarà come fu la sua vita, solitaria e tutta circondata di tempeste». Poi tornò all'uso del passato prossimo: «Abbiamo fatto il giro della tomba, l'abbiamo toccata con le nostre mani, guardata come se avesse già contenuto il suo ospite, ci siamo seduti per terra al suo fianco. Il cielo era rosa, il mare calmo e la brezza sopita». Flaubert si recò poi in visita al castello di Combourg, dove Chateaubriand aveva trascorso l'infanzia e l'adolescenza. Passata la proprietà del castello in altre mani e lasciato più o meno andare in rovina dai nuovi amministratori, Flaubert fu introdotto da un commesso, «che fumava la pipa e sputava per terra», nella camera di Chateaubriand: «Guarda verso ovest, dal lato del tramonto del sole». Lo colpiscono il soffitto tarlato, le macchie di sporcizia sotto il gesso delle pareti, i vetri della finestra oscurati da ragnatele, gli infissi incrostati di polvere... Per fuggire dalla desolazione, Flaubert va sul lago che faceva parte della proprietà e lì si mette a leggere René, il romanzo più celebre di Chateaubriand: «Man mano che l'ombra cadeva sulle pagine del libro, l'amarezza delle frasi conquistava i nostri cuori (...). Nulla può esprimere la gestazione dell'idea e i trasalimenti che le grandi opere future fanno subire a quelli che li subiscono, ma ci si innamora nel vedere i luoghi dove sappiamo che esse sono state concepite, vissute, come se avessero trattenuto qualcosa dell'ideale sconosciuto che un tempo ci vibrò».

È interessante come il futuro maestro del realismo fosse tributario del cantore del romanticismo, e come già fosse in grado di coglierne i lati più significativi, «imbalsamatore» del cattolicesimo ed esaltatore della libertà, costituzionale in politica e rivoluzionario in letteratura, inseparabile dalle passioni del suo tempo, uomo di transizione fra «il declino di una società e l'alba di un'altra», in grado «di riassumerne le speranze e i ricordi». In quel viaggio-pellegrinaggio, Flaubert paga il suo tributo a un grande del passato e intanto fa la prova generale per, un decennio dopo, prenderne il posto fra processi e polemiche, il tempo, insomma di Madame Bovary.

Adesso che Per campi e per spiagge. Viaggio in Bretagna esce per la prima volta in italiano (Robin edizioni, pagg. 395, euro 16, con molte illustrazioni, a cura di Maria Grazia Ceccobelli), il lettore non solo ha a disposizione quell'omaggio appena ricordato all'autore delle Memorie d'oltretomba, ma anche una sorta di baedeker scritto a quattro mani e pieno della giovinezza di chi lo compì e poi lo mise su carta. Già, perché a viaggiare erano in due, il che spiega l'uso del noi nelle citazioni prima riportate: l'altro compagno di questa esplorazione durata più di tre mesi si chiamava Maxime Du Camp, coetaneo di Flaubert, appassionato di archeologia e di fotografia, di lì a poco fondatore della Revue de Paris, nonché ancora suo compagno di viaggio in Egitto.

Costruito, per volontà di Flaubert, su un gioco alternato di singoli capitoli firmati, il viaggio in Bretagna pone questi due giovani esploratori a contatto con una regione che nemmeno cinquant'anni prima era stata la più refrattaria alla Francia rivoluzionaria dell'89, selvaggia e cattolica, contadina e reazionaria, e rimasta ancora estranea alla nuova Francia borghese e industriale che si stava intanto profilando. Ciò permette ai due giovani, nemici della censura come del progresso, insofferenti delle grandi città, delle toilettes e dei salotti, di lanciare i loro strali beffardi mentre sudano lungo i campi, si arrampicano sulle rocce, affondano gli stivali negli acquitrini provocati dal cambio delle maree... Atticciato e biondastro Flaubert, magro e scuro di capelli Du Camp, «soli, indipendenti, insieme» vanno alla ventura, spesso senza guida, spesso dormendo all'addiaccio. È difficile dire cosa possa oggi riproporsi di quel viaggio: restano certo chiese e castelli, anche se ripuliti e anestetizzati rispetto a ciò che essi videro e visitarono; restano paesaggi e solitudini, la presenza spesso angosciosa dell'oceano, squarci di natura ancora selvaggia... Fondamentalmente però il loro è un viaggio a piedi, in barca e a cavallo (lunghe escursioni, scialuppe, battelli, diligenze, carri), niente strade, né autostrade, né strade ferrate, un mondo oggi scomparso.

In vita, Flaubert non pubblicò mai i suoi capitoli del reportage. Una volta morto, e vista la sua fama, l'industria editoriale pensò che valesse la pena pubblicarlo come testo autonomo. Riproporlo oggi nella sua versione originale è un giusto omaggio allo spirito che animò quel viaggio, prima che gli incerti della vita facessero di due amici così uniti due irriducibili e rancorosi rivali.

Du Camp sopravvivrà a Flaubert, ma non andrà al suo funerale.

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