Perché Al Qaida non festeggia il trionfo di Hamas

Massimo Introvigne

Chi pensa che Al Qaida stia festeggiando la vittoria di Hamas si sbaglia. Come abbiamo più volte segnalato su questo giornale, negli ultimi mesi prima Hamas e poi la sua casa madre, i Fratelli Musulmani, hanno condannato senza mezzi termini Al Qaida. E il numero due dell’organizzazione di Bin Laden, al-Zawahiri, ha diffuso un lungo video in cui critica la decisione di Hamas di partecipare alle elezioni.
Ora Hamed al-Ali, un ideologo ultra-fondamentalista del Kuwait assai vicino alla cosiddetta «seconda generazione» di Al Qaida, ha diffuso un documento dal titolo Il dilemma di Hamas dove esprime amarezza per l’esito elettorale. Il presupposto è che la Palestina è un «deposito sacro» dell’intero islam: Gerusalemme è la terza città santa dopo La Mecca e Medina, e il luogo da cui il Profeta partì per il suo viaggio estatico in Cielo. Pertanto appartiene a tutti i musulmani, e «i Palestinesi non possono decidere da soli che cosa fare del loro paese». Emerge così il tema di fondo dello scontro pluriennale fra Al Qaida e Hamas. Bin Laden predica un jihad globale, con un’unica direzione e dove i militanti dei diversi paesi sono spostati come pedine su una scacchiera: un palestinese potrà essere mandato a combattere nelle Filippine, e un pakistano a compiere attentati in Turchia, in base alle strategie di una cupola internazionale che coincide con la dirigenza di Al Qaida. Hamas ha sempre sostenuto che ogni militante islamico deve occuparsi anzitutto del suo paese, e ogni jihad deve avere una dirigenza locale, indipendente da cupole internazionali.
Al-Ali sostiene che Hamas si è impigliata in «tre contraddizioni». La prima è fra l’ideologia e l’azione. La democrazia all’occidentale secondo il principio «una persona un voto» secondo Al Qaida è contraria all’islam, dunque a elezioni simili non si deve partecipare. Anche questo è un vecchio dilemma: di fatto, se non di diritto, tutte le correnti dei Fratelli Musulmani hanno da anni accettato la via delle elezioni «all’occidentale» dovunque è stato loro possibile percorrerla. In secondo luogo, c’è contraddizione secondo Al-Ali fra la posizione teorica di Hamas sulla Palestina, che proclama il dovere di distruggere Israele e ributtare gli ebrei israeliani in mare, e le responsabilità di governo che Hamas si assume e che - magari senza troppo dirlo - porteranno il movimento a trattare con Israele e ad accettare «tregue» che assomigliano in modo sospetto a una pace. Ancora una volta, lo scontro fra Al Qaida e l’ala “treguista” di Hamas non è nuovo, e va avanti da oltre un anno a colpi di comunicati. In terzo luogo, c’è una contraddizione fra gli attentati suicidi - che per Al-Ali sono la miglior cosa che Hamas ha fatto negli ultimi anni - e il governo. Potrà davvero una forza di governo continuare a organizzare «operazioni di martirio»? Gli uomini di Al Qaida ne dubitano.
Paradossalmente, le stesse domande sono rivolte ad Hamas da Al Qaida e da chi negli Stati Uniti e in Israele con Hamas, sempre formalmente negandolo, ha tenuto ampi contatti negli ultimi mesi. Non è un mistero che a Washington c’è chi pensa che Hamas sia l’unica organizzazione in grado di fermare la penetrazione di Al Qaida in Palestina. Viene però ora il momento di sciogliere le contraddizioni. Al Qaida fa un ragionamento: attentati suicidi e governo responsabile, proclami retorici su una «soluzione finale» per Israele e dialogo con l’Europa e il mondo non vanno d’accordo. Spetta ad Hamas scegliere. L’impressione è che un forte dibattito interno sia appena agli inizi.