L’annuncio dell’abbandono di Ariana Grande dalle scene a causa dell’ormai insopportabile pressione mediatica sul suo fisico riporta al pensiero delle complessità di una persona normale, anche se ha venduto 100 milioni di dischi, anche se la rivista Time l’ha inclusa fra le persone più influenti del mondo e anche se ha vinto 3 Grammy in soli 33 anni di vita. La «piccola cosa carina», perché con i suoi 153 cm di altezza è minuta e mai stata grassa, negli ultimi tempi si è ritrovata perseguitata dal linciaggio mediatico perché dimagrita. Lei ce l’ha messa tutta per ammansire i fan, commovente si è addirittura struccata e tolta le ciglia finte nel tentativo di «mostrarsi aperta e vulnerabile» e impietosire i cerberi implacabili sorveglianti della bilancia. Si è giocata anche la disperata carta dell’appello alla responsabilità morale attraverso un vano «non sai mai cosa sta passando qualcuno, siate gentili con gli altri e con voi stessi» ma è stato tutto inutile. Il «petalo», così soprannominata dal titolo del suo ultimo album, si è appassita sotto gli attacchi rivolti al collo grinzoso, alle braccia scarnite. Non è la prima, non sarà l’ultima celebrità che crolla appena si allontana dall’idea di perfezione promessa e quindi pretesa dal suo popolo. Perché il popolo si sente truffato. Ma come, noi veneratori dell’Audrey Hepburn in miniatura all’improvviso ci ritroviamo quest’esserino pelle e ossa? Il minimo è pretendere un congruo risarcimento, il famigerato «prezzo del successo» declinato in sanguinarie forme sempre più efferate tanto da ringraziare Iddio di non averci elargito neppure l’ombra di un particolare talento per poter così restare immuni da qualsiasi tipo di successo e fama. L’indimenticabile Amy Winehouse non era travolta dalla paranoia quando dichiarava «più divento famosa, più mi rendo conto che la gente mi odia». Aveva solo capito tutto, prima degli altri. Ora lo sa anche Ariana.

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