Ci sono ragazzi che a diciannove anni devono ancora decidere quale sarà il loro futuro. Andrea Kimi Antonelli, a diciannove anni, costringe gli altri a decidere quale campione ricordi. C'è un momento, in ogni sport dove il mezzo ha un suo peso specifico, in cui la tecnica smette di bastare. È quello in cui la macchina non è più in grado di dare tutte le risposte perché l'uomo è riuscito ad affrancarsi da essa. Ed è lì, in quell'esatto istante sospeso fra gli interrogativi degli sconfitti e l'isola che non c'è del talento, che scopriamo di essere di fronte ai fenomeni.
Succede anche in Formula 1, dove il talento del pilota è sempre al lordo dell'auto, regno incontrastato delle gallerie del vento, delle simulazioni, dei millesimi e dell'AI applicata alle corse. Lo sport dove è la macchina a vincere e il pilota, al massimo, a non farla perdere. Succede quando arriva un ragazzo di 19 anni, sei Gran premi vinti, leader del Mondiale e all'improvviso la domanda cambia. Non è più: quanto va forte quella Mercedes ma chi è davvero Kimi Antonelli? È questo l'istante in cui un campione diventa più grande del mezzo.
Per capire, dobbiamo tornare indietro agli ultimi due casi in cui l'umanità ha avuto ragione della macchina. Epoche lontane in cui la tecnologia affascinava senza spaventarci come oggi. Quarant'anni fa arrivò in F1 un altro ragazzo con gli occhi dolci e melanconici da cerbiatto, era serio nel lavoro, meno solare di Kimi ma come il giovane bolognese sembrava guidare qualche metro più avanti degli altri. Ayrton Senna non conquistò il mondo con i titoli mondiali. Lo aveva conquistato prima, quando con una Toleman, auto che non apparteneva all'élite della F1, sotto il diluvio di Monte Carlo nel 1984, aveva inseguito Alain Prost come se la pioggia anziché farlo sbandare lo incollasse ancor più all'asfalto. Da quel giorno nessuno parlò più soltanto della Toleman. Tutti parlarono di Senna.
Dopo poche gare, la stessa sensazione accompagna oggi Antonelli. Non perché sia il nuovo Ayrton, ma perché sta riuscendo nell'impresa più difficile: spostare l'attenzione del pubblico dalla macchina all'uomo. Non è un caso che Senna sia il suo idolo. Kimi è nato dieci anni dopo la sua morte e lo ha conosciuto consumando video delle vecchie gare. Ha scelto il 12 pensando a lui, al Senna dell'ultima vera Lotus nera e oro, l'Ayrton che non era ancora campione del mondo ma aveva già dimostrato di essere più forte delle auto che guidava. «Mi ha ispirato sia come pilota sia come persona», ha confidato il ragazzo. È il modo in cui abitano la velocità ad unirli. Come Senna, Kimi sembra togliere peso alla macchina. Non guida contro gli altri. Guida contro il limite che altri pensano invalicabile. Perfino Toto Wolff, che lo ha voluto e cresciuto, continua a frenare i paragoni. Dice che accostarli è ingiusto, non bisogna caricarlo di un'eredità impossibile. Ma certi paragoni nascono dagli occhi della gente che si emoziona.
Come per Michael Schumacher. Con lui il legame è diverso, meno romantico e più silenzioso. Schumacher non dava l'impressione di volare, era un architetto della velocità. Giro dopo giro, dettagli per il vantaggio. Era il campione che trasformava il lavoro in talento visibile. Chi frequenta il box Mercedes racconta che Antonelli passa ore davanti ai dati, ascolta, domanda, osserva. È la stessa fame tranquilla che aveva il giovane Michael quando ancora il mondo non sapeva che avrebbe cambiato la F1.
E allora, forse, il punto non è stabilire a chi assomigli di più Kimi. I veri fenomeni si riconoscono quando cambiano il soggetto della frase: con Ayrton, a un certo punto, si smise di parlare della macchina e si disse semplicemente Senna ha vinto. Così con Schumi. Ora sta accadendo con Kimi. La F1 continuerà sempre a essere uno sport in cui il mezzo pesa enormemente. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma ogni tanto compare qualcuno capace di ricordarci che esiste ancora una zona dove AI, elettronica e meccanica non arrivano.
È piccola, invisibile, impossibile da misurare. È il posto dove abitano l'istinto, il coraggio, la sensibilità, la capacità di vedere una traiettoria prima degli altri. A metà strada fra l'isola che non c'è, la rabbia degli sconfitti e la nostra umanità.
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