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Una moglie insofferente a tutto, perfino alla presunta perfezione

Caroline Celico dichiara di aver lasciato il suo precedente marito, l'ex calciatore brasiliano Kakà, non per possibili tradimenti o altre faccende simili, non per una serie di carenze bensì per il contrario

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Caroline Celico dichiara di aver lasciato il suo precedente marito, l'ex calciatore brasiliano Kakà, non per possibili tradimenti o altre faccende simili, non per una serie di carenze bensì per il contrario, cioè per una manifesta perfezione praticata dall'uomo. «Kakà mi ha sempre trattato molto bene», ha confessato Caroline. «Mi ha dato una famiglia meravigliosa, ma io non ero felice perché mancava qualcosa. Il problema è che era troppo perfetto per me». Qual è il senso di queste parole? Che vuol dire essere perfetti facendo un lavoro come quello di Kakà e allo stesso tempo essere sposati e avere figli? Bisognerebbe mettersi d'accordo. Forse è perfetto uno che non manca mai di sorridere, si alza in anticipo per far trovare la colazione pronta, non scorda gli anniversari, azzecca il luogo dove portarti in vacanza e ha sempre la faccia pulita come l'acqua? È qualcosa di oggettivo questa perfezione? È quantificabile, è scientificamente valutabile, la possiamo pesare su una bilancia, magari? Oppure quest'unità di misura è sì calcolabile ma sempre in relazione a dell'altro? Per esempio al mondo, che più svalvolato e violento non potrebbe essere, quello stesso mondo che al momento è molto più che imperfetto. Se ci specchiamo nella corrente generale del pianeta, è ovvio che si rischierà di seguire il suo esempio, cercando anche in chi ci sta accanto almeno un soffio del decadimento, che sembra normale, sembra perfino desiderabile, quando invece non dovrebbe esserlo per niente.

La vicenda di questa donna stufa dell'impeccabilità diventa allora rappresentativa. La sua insofferenza, che potremmo erroneamente liquidare come egoismo, fa pensare all'umanità che stiamo costruendo: una razza insofferente a tutto, perfezione (presunta) inclusa.

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