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Personaggi

“Morselli, costruttore di infiniti mondi possibili”

La più attenta studiosa e curatrice del suo “Diario”, ci spiega la dimensione europea di un grande “escluso”

Autore di culto Guido Morselli (1912-73) visto da Dariush Radpour; in alto, Valentina Fortichiari, sua grande studiosa, curatrice del «Diario» (Adelphi)

Valentina Fortichiari, una vita intera spesa nell’editoria italiana, non ha mai conosciuto Guido Morselli, che morì suicida nel luglio 1973 a Varese con un colpo di pistola, ma gli vive accanto da cinquant’anni, da quando Luciano Foà, uno dei fondatori della casa editrice Adelphi, nel 1975 le chiese di accompagnarlo da Maria Bruna Bassi, custode della memoria e dell’archivio dello scrittore, per inventariarne le carte. Da allora lo legge, lo studia, gli ha dedicato già nel 1984 un Invito alla lettura di Guido Morselli (Mursia) e nel 1988 curò il suo Diario, uscito da Adelphi con una ormai storica prefazione di Giuseppe Pontiggia, che ora torna in una nuova edizione ampliata, con pagine inedite, di cui lei è ancora una volta la gran cerimoniera: Guido Morselli, Mi sono conosciuto nel sogno (Adelphi, pagg. 442, euro 26). Ed ecco qui svelato il «mondo speculativo e fantastico di Morselli», autore mai pubblicato in vita, mai così tanto letto post mortem.

Il diario testimonia che Morselli è molto interessato alla realtà culturale che lo circonda, mentre parla poco di sé.

«Vero. Sono rari i passaggi introspettivo-autobiografici. Morselli non ama esporsi, parlando in prima persona. E se lo fa è solo nei momenti più cupi. È soprattutto un pensatore concreto, con antenne vibratili; curioso di tutto ciò che legge, che ascolta, che capta nel mondo. Attento e affamato: ogni argomento è motivo di interesse. Colto è colui che è curioso, diceva».

Rispetto alla prima edizione del Diario, cosa trova di nuovo oggi il lettore in queste pagine?

«Alcuni brani inediti su temi già presenti nelle sue pagine, come il rovello della scrittura, lo studio storico delle forme stilistiche, la ricerca di una propria voce, ma anche nuovi argomenti: l’interesse per la musica, il sogno e la psicanalisi, le scoperte dello spazio, sesso e carattere. Nella Postfazione ho ripercorso il processo di formazione di una coscienza di scrittore e raccontato per la prima volta in modo completo la vicenda penosa, perlopiù inedita, dei Rapporti con gli Editori, la famosa cartella con disegnato sopra un fiasco, simbolo dei fallimenti. Uno spaccato di storia editoriale italiana tra gli anni ’50 e ’70».

L’impressione è che Morselli sia bravissimo a restare fuori dalle mode e le scuole del suo tempo. Semmai le anticipa. È questo che lo rende uno scrittore moderno?

«È così. Morselli seguiva con accanimento ogni evento significativo del mondo letterario e culturale contemporaneo, commentandolo spesso anche polemicamente. Ma da mode, tendenze, percorsi battuti da altri si teneva ben distante, difendendo la propria inconfondibile originalità di pensiero. Outsider inassimilabile ai modelli contemporanei, in anticipo sui tempi, forse questa sua natura spiega il fatto che, letto oggi, mostra una modernità sorprendente, una tenuta narrativa che pochi hanno».

Mentre in quegli anni più di un autore parla di morte del romanzo, Morselli ne difende al contrario la vitalità. Anzi, è uno dei primi a parlare di nuove forme extra-romanzesche...

«Strenuamente. Si veda l’Intermezzo critico inserito nel romanzo Contro-passato prossimo, ovvero Conversazioni dell’editore con l’autore, un autentico manifesto di poetica, dove appare la famosa frase Il romanzo non è nella letteratura, è la letteratura. Basata sulla consapevolezza che il romanzo sia una federazione di generi letterari diversi che tutti comprende, che poi è la cifra stilistica della sua scrittura».

Lei ha sempre sostenuto che è sbagliato interpretare il suo suicidio solo alla luce della delusione per i rifiuti editoriali. Cosa c’è d’altro dietro quel gesto?

«È sempre difficile comprenderlo. Per qualsivoglia essere vivente, umano, e persino animale - se pensiamo alle balene spiaggiate -, la scelta è insondabile, a volte repentina, irrazionale. In un messaggio premonitore a un’amica, Morselli alluse alla distruzione della Natura, all’impossibilità di lavorare, di amare. A ciò si aggiungevano preoccupazioni serie sul proprio stato di salute e una perenne condizione di insoddisfazione, depressione, di incapacità di reagire alla realtà. Ragioni più che sufficienti per decidere di andarsene».

Si dice che Morselli non sia solo un romanziere italiano, ma un grande narratore europeo, uno dei pochi del nostro ’900. Perché?

«Perché ha spaziato nei temi - storia e antistoria, politica, religione o fantareligione, sentimenti e relazioni interpersonali - e perché non è mai ombelicale, mai uguale a se stesso. Mostrando una fantasia esuberante, la capacità di costruire plot, vicende e personaggi, vivendo in realtà parallele, in un mondo di infiniti possibili, del tutto immaginari. I suoi modelli letterari spaziavano da Proust a Stendhal, da Flaubert a Montaigne, a Goethe. Il suo livello di cultura è di respiro internazionale e la sua opera tradotta in tutto il mondo».

Morselli si definì un «solipsista feroce». E in effetti dai suoi scritti appare una persona chiusa, solitaria, permalosa: rispondendo a un funzionario della Mondadori dice che lui non è scorbutico, è solo uno che ha avuto una vita difficile... Che carattere aveva?

«Non facile: introverso, ombroso. Si rendeva volutamente poco leggibile. Possedeva un fondo severo, duro con se stesso e con gli altri, ma quella scorza difesa a oltranza celava una umanità profonda, un nocciolo nascosto e segreto di grazia, di compassione, di empatia che scattava con gli umili e talvolta coi famigliari, comunque tenuti all’oscuro del suo impegno intellettuale».

«Quella di un uomo che ha subito capito come avrebbe voluto vivere, assecondando ostinatamente il proprio talento: solo, immerso nella natura - sua salvezza, sua medicina -, nel silenzio, dedicandosi alle uniche occupazioni che lo rendevano felice, lettura e scrittura. Capace di tradurre in parole tutto ciò che respirava intorno a sé con occhi, orecchie, mente e cuore ovvero il sentimento della vita e della eternità».

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