Nel catalogo di Curzio Malaparte c’è un libro che gli studiosi citano volentieri e leggono di rado. Mamma marcia uscì da Vallecchi nel 1959, due anni esatti dopo la morte dell’auto.re, a cura di Enrico Falqui. Era un cantiere più che un’opera, fatto di capitoli compiuti e pagine lasciate a metà. Falqui tagliò, e la sorella Edda finì per pubblicare i passi espunti nel decimo volume dell’Archivio Malaparte, nel 1995. Questa storia editoriale basterebbe da sola a spiegare, ma non a giustificare, l’angolo in cui il libro è rimasto.Ma c’è dell’altro. La madre del titolo è l’Europa, uscita dalla Seconda guerra mondiale umiliata nella potenza e schiacciata nella cultura. A destra, c’è il libero mercato, sconosciuto ai Paesi meridionali del Continente. A sinistra, c’è la minaccia seducente del comunismo.In mezzo c’è l’Europa disarmata, in tutti i sensi. Malaparte la veglia come si veglia una moribonda, con tenerezza e ribrezzo insieme, senza promettere guarigioni miracolose. Non è il lamento del vecchio nazionalista né il sermone dell’ingenuo europeista: è la diagnosi di un figlio che conosce il corpo della madre e non si fa illusioni. Per questo il libro non serviva a nessuno, troppo europeo per i critici dell’unione a venire, e troppo antieuropeo per chi vedeva nell’unione a venire una resurrezione.In Francia lo tradussero con una citazione da Amleto, Il y a quelque chose de pourri. C’è del marcio, appunto, e non soltanto in Danimarca.Nel volume stanno anche la Lettera alla gioventù d’Europa e Sesso e libertà, dove i costumi della gioventù postbellica diventano sintomo della sconfitta.Nel 1959 erano pagine provocatorie; oggi lo sarebbero per ragioni opposte. Malaparte riusciva a urtare la sensibilità di ogni epoca, comprese quelle che non ha visto.Giordano Bruno Guerri, nella nuova introduzione all’Arcitaliano, indica il libro come prova del Malaparte precursore, e ha ragione. La tesi di fondo regge meglio oggi che allora: un continente che ha smarrito la propria forza tende a scambiare la stanchezza per saggezza.Chi ragiona sul declino europeo troverebbe in quelle pagine un antenato più lucido di molti contemporanei.Resta da chiedersi perché un libro così non sia mai entrato nel canone accanto a Kaputt e La pelle. Forse perché è incompiuto, e gli italiani perdonano tutto tranne il disordine altrui. Più probabilmente perché la madre marcia siamo ancora noi, e nessuno ama sentirsi descrivere mentre sta per dire addio alla vita.«Un uomo muore, quando sua madre muore. La vera morte di un uomo – disse mia madre – comincia quando sua madre muore».

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