da Livigno
Comico cresciuto in televisione, Paolo Ruffini (Livorno, 1978) ha scelto la strada all’apparenza più scomoda per un uomo di spettacolo: portare in scena, sul filo dell’ironia, attori e attrici con sindrome di Down. A teatro, con Din Don Down, clamoroso successo al botteghino. In radio. Nei video-podcast. E anche in Io sono perfetto, romanzo appena edito dalla Nave di Teseo.
Lo incontriamo a Livigno, nell’ambito della Milanesiana, rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, per parlare della inclusione e dei suoi paradossi. La sala, quasi mille posti, è sold out da giorni. In Io sono perfetto c’è Paolo, un uomo politico che inizia a guardare verso le cariche più importanti. Le cose non vanno bene e quindi, siccome ha un fratello, Simone, che è affetto dalla sindrome di Down, decide di mandare avanti lui, convinto di poterlo manipolare. Però poi scoprirà che Simone non è manipolabile, anzi è un candidato appunto perfetto, come dice il titolo.
Noi viviamo nella cultura del miglioramento di sé, del corpo atletico, della performance. Io sono perfetto è un titolo anche provocatorio?
«La provocazione più grande o, se vuoi, la domanda più grande è: chi sei? Bisogna capire: è il mestiere a identificarci? Siamo attori, farmacisti o qualunque altra cosa? Nel mio caso, non tanto. L’essere scrittore o attore non dice chi sono fino in fondo. Forse mi descrivono di più le mie fragilità, le mie paure. L’altro errore è confondere quello che si ha con quello che si è. Alla fine, anche qui, la domanda è sempre: chi sei? Questa domanda oggi ci viene fatta 24 ore su 24».
Come se ne esce?
«Ho studiato un poco di teologia per lo spettacolo Din Don Down. Mosè parla con Dio prima di tornare dal popolo d’Israele. E chiede: “Come ti devo chiamare?” E Dio dice: “ Io sono quello che sono”. Il mio amico Igor Sibaldi mi ha indicato una versione e una traduzione ancora migliore: “ Io sono quello che diventerò”. Noi siamo schiavi del giudizio altrui, ma non sappiamo chi siamo, non riusciamo a dare una definizione, Dio stesso dice “Io sono quello che diventerò”. Non me lo chiedere ora, chiedimelo tra 5 minuti. È per questo che abbiamo scelto il sottotitolo “alla ricerca di (D)io”.
Sant’Agostino diceva: se l’hai capito, non è Dio. Quindi, parafrasando quel concetto, se l’ho capito, non sono io.
“Diventa ciò che vuoi” è una frase motivante. Ma ancora meglio è “Diventa ciò che sei”».
Nei ragazzi e negli uomini affetti da sindrome di Down colpisce l’autenticità.
«È il tratto anche più infantile, se vuoi, qualcosa che noi abbiamo perso, no? Nella definizione di sindrome della trisomia c’è scritto anche: “atteggiamento che tende all’infantile”. Questo non vuol dire banale o puerile. I bambini in realtà hanno dei pensieri molto sofisticati, estremamente sofisticati, anche se conoscono meno parole di noi. Hanno una dialettica più limitata, ma il pensiero è strepitoso.
Sono dei veri Peter Pan, che non vuol dire migliori o speciali. Io detesto quando mi dicono: “Lavori coi ragazzi speciali”, perché significa già dire “sei diverso”. Io penso che le persone con la sindrome di Down abbiano tutto il diritto di essere anche sgradevoli, volgari, di essere come vogliono e anche di non essere speciali. Non sono bambini, ma esattamente come i bambini, a differenza degli adulti, non fanno sconti al loro interlocutore, il che è straordinario anche dal punto di vista teatrale. Possono fare uno spettacolo all’Arena di Verona, davanti al Papa o davanti a tre persone. La loro performance sarà invariata e questo li rende grandissimi artisti».
Cosa ti hanno insegnato i ragazzi con sindrome di Down che tu non sapevi?
«Mi hanno costretto a frequentare la lentezza, per esempio. Non si può essere frenetici, non si può correre sempre. Si deve essere lenti, si deve essere oculati. Soprattutto mi hanno convinto che la vita può offrire occasioni impensabili, qualunque sia la nostra condizione. Il nostro rapporto è normale, le cose che contano sono altre. Quando facciamo uno spettacolo pensiamo a dove andare a mangiare e c’è un’attenzione nei confronti, diciamo, della sessualità abbastanza spinta e anche in questo mi ci ritrovo e mi piace molto».
Il vero tabù mi sembra il fatto che un ragazzo con la sindrome di Down possa desiderare di fare delle cose, sesso incluso. E non solo di essere accudito.
«Ne sono convinto. Lamberto Giannini, il titolare della compagnia Mayor von Frinzius di Livorno, da trent’anni lavora con questa compagnia. Lui dice sempre: “Sai perché questi ragazzi non fanno alcune cose? Perché nessuno gliele chiede”. Sono gli altri a confinarli in un cliché. Sono gli altri a non farli sentire normali. Dieci anni fa avevamo anche teatri vuoti, avevamo teatri che ci chiudevano le porte e dicevano no, i down fanno tristezza, poverini. Dicevo, guarda che lo spettacolo è comico, e comunque perché poverini? Poverini è paternalismo offensivo. Loro non fanno teatro perché sono down, ma perché sono bravi. Se cominci a darmi un lavoro, se cominci a “sfruttare” le mie capacità e a trattarmi come un essere umano, allora io avrò una vita come chiunque altro. Vi racconto una cosa che per me è esilarante e che vi dà insomma molto l’idea. Un giorno ero a teatro, non mi ricordo dove, forse a Torino. Una signora con la pelliccia ci incontra, molto gentile, va da Federico e inizia: “Bravo, poverino, t’hanno fatto lavorare, bravo, voi siete speciali”. Poi si gira verso di me: “Bravo, bravo, bravo”. Quindi ancora a Federico: “Guarda, starai meglio, puoi guarire, poverino, piccino mio”. Federico si gira verso di me e dice: “Ma questa non è normale”».
Chi decide oggi chi di che cosa si può ridere?
«Il diritto. Siamo in uno Stato di diritto. Il diritto è l’unico limite. Se la comicità non è scomoda, non è comicità. La comicità politicamente corretta è un ossimoro. In quanto alle proteste, il grande comico Ricky Gervais dice: “Se qualcuno si offende non vuol dire che abbia ragione”. Inoltre non capisco perché debba piacere a tutti. Quando io sono partito con Din Don Down, che sembrava una follia, mi dicevano ti massacreranno, invece non è successo niente, nonostante nello spettacolo ci siano momenti molto forti e anche dissacranti. Addirittura abbiamo avuto l’endorsement del Papa. E questo ci ha reso orgogliosi. Vuol dire che Dio è molto meno permaloso di tante associazioni di categoria. E sai, anche questa ghettizzazione è tanta roba, no? Come se io dicessi: “Adesso costituisco l’Associazione eterosessuali bianchi di 47 anni. Se fate una battuta sugli eterosessuali bianchi di 47 anni, mi incazzo, ci rimango male”. Siamo diventati dei piccoli boss mafiosi. Si può prendere in giro chiunque ma non un boss mafioso, troppo rischioso. Ecco, eravamo diventati tutti permalosi allo stesso modo. Il modo più inclusivo di vivere è scherzare con tutti. Questa è la cosa, è la cosa più forte. C’era un grande filosofo della scuola di Francoforte, Adorno, che diceva: noi riusciremo culturalmente a superare una tragedia come la Shoah, quando potremo fare una battuta sugli ebrei senza provare imbarazzo. Credo sia una frase illuminante. La comicità può essere un grande strumento, da usare con intelligenza e cultura, per unire la società».
C’è una domanda dal pubblico: e la sessualità?
«Trentacinque anni fa si pensava che l’omosessualità fosse una malattia, cosa le devo dire? Io penso che si arriverà a capire che anche chi ha la sindrome di Down prova amore e attrazione sessuale. È un problema reale. Pensi che noi stiamo facendo una collaborazione, non ci vergogniamo a dirlo, con Escort Advisor, non ci crederà. Ma Escort Advisor, che è un portale di escort, come si immaginerà, ha la sensibilità di segnalare nei profili se quella professionista riceve o no persone con disabilità, cioè pensi lei chi lo fa. Questo argomento è stupidamente tabù, perché, come vede, chi ha la sindrome di Down ne parla serenamente.
Altra cosa di cui non si parla sono le mamme che talvolta provvedono o hanno la sensibilità di stare dietro a certe esigenze. Ecco, io credo che in un ambito civile tutti dovrebbero avere il diritto anche alla sessualità».
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