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Personaggi

Vita di Semmelweiss, il dottore che Céline mise all’ingresso del suo “inferno”

In un disco la storia del medico che riuscì a battere le infezioni in corsia, prima di esserne ucciso

Mani pulite Sotto, il dottor Semmelweis in corsia (al centro, in fondo, pelato). Opera di Robert Thom del 1952. Sopra, il disco dedicato al dottore, Céline e Guido Ceronetti

Nell’agosto del 1865, per le strade di Budapest, un medico corre per la città con dei fogli in mano. Ha quarantasette anni. Cerca di consegnarli ai passanti, di fermare qualcuno. Nelle cliniche e nelle università non lo ascoltano più, non gli resta che parlare direttamente alle donne. Il messaggio è terribile: siete in pericolo. Non fidatevi dei medici che passano dalle autopsie alle sale parto. Quelle mani possono uccidervi.

L’uomo si chiama Ignác Semmelweis.

È una scena da romanzo, e sarà infatti Morton Thompson a raccontarla così nel 1949. Ma il gesto disperato appartiene alla storia vera di un medico che aveva scoperto come salvare le madri e che non riusciva più a convincere nessuno.

A Vienna, nel 1847, Semmelweis aveva osservato come nella clinica ostetrica affidata ai medici e agli studenti le donne morissero di febbre puerperale molto più frequentemente che nella clinica delle ostetriche. Poi morì il suo amico Jakob Kolletschka, feritosi durante un’autopsia. Semmelweis riconobbe nella malattia del collega qualcosa di terribilmente simile a ciò che stava uccidendo le puerpere. I medici portavano sulle mani qualcosa che poteva uccidere. Ne impose il lavaggio con una soluzione di calce clorurata. La mortalità precipitò. Aveva trovato la risposta prima ancora di possedere la teoria capace di spiegarla. Aveva ragione ed era proprio questo il problema: ammetterlo avrebbe significato riconoscere che i medici stessi potevano essere portatori della morte. Accusò i colleghi di essere responsabili di una strage evitabile. La sua battaglia si fece solitaria, il tono sempre più furioso.

Il 1865 è l’anno del crollo. Semmelweis fu condotto nell’istituto psichiatrico di Döbling, a Vienna. Morì il 13 agosto, a soli quarantasette anni, per una sepsi conseguente all’infezione di una grave lesione alla mano destra. Il medico che aveva combattuto contro le infezioni finiva ucciso da un’infezione.

La sua storia, tuttavia, non era finita. Stava per cominciare la sua seconda vita: quella letteraria.

Nel 1924, trascorsi quasi sessant’anni dalla morte di Semmelweis, un giovane medico francese sceglie proprio lui come argomento della propria tesi. Si chiama Louis Destouches. Non è ancora Céline.

Il titolo è La vita e l’opera di Philippe-Ignace Semmelweis. «L’uomo è un essere sentimentale», scrive il giovane Destouches, già meno interessato alla sola scoperta scientifica che al dramma dell’uomo che l’ha compiuta. Dodici anni dopo, però, Destouches è diventato Louis-Ferdinand Céline. Nel 1936 torna a occuparsi di Semmelweis, ma ora a guardare quel medico sconfitto è l’autore del Viaggio al termine della notte e di Morte a credito. La nuova prefazione che accompagna la ripubblicazione della tesi contiene una frase che sembra riscrivere tutta la vicenda: la storia di Semmelweis dimostra «il pericolo di voler troppo bene agli uomini». Nel 1924 Semmelweis era l’uomo che voleva salvare. Nel 1936 è l’uomo che scopre quanto possa costare il voler salvare gli altri. La medicina diventa metafisica. È qui che Semmelweis entra davvero nel mondo di Céline. Nel 1975, Guido Ceronetti, nel saggio Semmelweis, Céline, la morte, scritto per l’edizione Adelphi de Il dottor Semmelweis, colloca il medico ungherese «all’entrata dell’inferno celiniano», nei panni di un «guardiano». Semmelweis è sulla soglia: un uomo che vuole il bene e incontra la morte, un medico che vuole curare e finisce divorato dalla propria battaglia.

Céline non è l’unico scrittore a rimanerne affascinato. Nel 1949, dall’altra parte dell’Atlantico, Morton Thompson pubblica The Cry and the Covenant, un romanzo di quasi cinquecento pagine dedicato alla sua vita. Comincia dalla fine: Semmelweis è ormai un uomo spezzato. Nelle strade della capitale magiara distribuisce volantini, cerca di mettere in guardia le donne, di salvarle una per una. La scienza lo ha abbandonato, i colleghi lo guardano con sospetto, l’istituzione che avrebbe dovuto riconoscerlo lo ha definitivamente respinto. Il grido è diventato più importante della prova.

Nel 2018, nel bicentenario della nascita, Raymond J. Lustig porta la sua storia sul palcoscenico dell’opera nel corso del Semmelweis Memorial Year.Nel 2026 quella musica torna con un album di venti brani, pubblicato il 17 aprile dall’etichetta Sono Luminus e presentato in maggio anche dalla Semmelweis University. Qui il personaggio compie un’ultima metamorfosi. Lustig non racconta semplicemente la biografia di Semmelweis: la immagina come un sogno febbrile, un ritorno dei ricordi mentre il medico si avvicina alla fine. E le donne che tornano non sono soltanto quelle che Semmelweis cercò di salvare: sono le donne morte. Le loro voci diventano fantasmi. Nell’album le parti vocali femminili sono affidate a un’unica cantante, Charlotte Mundy, la cui voce viene moltiplicata fino a diventare quella di una moltitudine di donne. È difficile immaginare una conclusione più coerente per una storia cominciata nelle corsie di Vienna: se nel 1865 il medico cercava disperatamente di parlare ai vivi, nel 2026 sono i morti che tornano a parlare con lui.

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