Se c’è un momento che trovo piacevole in questi giorni di degenza di Vittorio nel reparto di pneumologia del Policlinico Gemelli, è quando varco la soglia della sua stanza e lo ritrovo. Si è fatto aspettare tanto, durante gli anni della nostra lunga relazione, non solo da me, ma anche dai suoi amici: un ritardatario cronico, che non ha mai voluto rinunciare a soddisfare ogni sua curiosità, facendo pieno affidamento sul nostro affetto e sulla nostra pazienza. Gli piaceva dire che in amore non vince chi fugge, ma chi sa aspettare. Non saprei dire se io abbia vinto qualcosa; posso, però, affermare che mi crea ansia sapere che sia lui, ora, ad aspettare e vorrei non fargli percepire alcune mie assenze necessarie. Forse è per questo che, appena arrivo in ospedale, prima di entrare nella sua stanza, rivolgo un saluto a volte troppo frettoloso agli infermieri di turno, in continuo movimento, tanto da far sembrare la corsia di pneumologia un luogo di vitalità. La degenza prosegue bene e ormai «lo scorbutico riottoso» ha preso confidenza con i ritmi del nuovo reparto, non perdendo occasione di manifestare resistenza per qualsiasi cosa, persino per lo spostamento di un cuscino. Quando lo saluto la sera, prima di andare via, mi capita di sorridere per il modo in cui mi guarda, come se sapesse benissimo che io ho capito la sua protesta e che, almeno sul cuscino, potrei persino dargli ragione. Sorrido, ma evito di commentare la triste notizia, che lo ha profondamente turbato, della scomparsa di Italo Zannier, fotografo, studioso e collezionista, primo in Italia a insegnare storia della fotografia presso il noto DAMS di Bologna. Fu l’unico docente universitario al quale Vittorio volle fare da assistente volontario. A Venezia, dove Zannier avrebbe insegnato a lungo, i due si ritrovarono, Vittorio diventato funzionario di Soprintendenza e venendo coinvolto nella Biennale, Italo, sempre pioniere, curatore della prima rassegna fotografica all’interno della stessa manifestazione. Quegli anni cementarono una fortissima amicizia, suggellata di recente da una mostra celebrativa tenutasi a Ferrara. Lo avrebbe ricordato sulle pagine del Giornale, a me, nel parlarne, torna in mente un loro scambio di riflessioni al telefono che Italo aveva poi trascritto in forma di divertita corrispondenza epistolare. In uno di quei messaggi gli mandava i suoi auguri per l’inizio del nuovo anno: «Dalla Giudecca un sole nebbioso, con Italo sereno, ti saluta». Vittorio gli rispondeva da Ferrara: «Io inquieto, dalla terraferma, ricambio saluti».

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