Piero Gelli, il risvolto snob dell'editoria

Ai vertici di Garzanti, Rizzoli e Einaudi, segnò una stagione culturale

Molto sofisticato, appassionato di cinema e di opera (suo un famoso Dizionario), lettore formidabile armato del tipico snobismo culturale di chi, lavorando ai massimi livelli editoriali quando l'editoria era nella sua epoca d'oro, poteva dialogare alla pari con Pier Paolo Pasolini (cosa che in effetti faceva), Piero Gelli è stata una figura di peso del mondo intellettuale italiano, soprattutto fra gli anni Settanta e Ottanta.

È morto ieri, nella sua casa di Firenze. Aveva 81 anni.

Per la bio-bibliografia definitiva si veda l'intervista che gli fece Antonio Gnoli su Repubblica cinque anni fa, nel marzo 2015.

Comunque, Gelli aveva lavorato per molto tempo come direttore editoriale in Garzanti quando c'era Livio, dai primi anni Settanta, e poi - ricoprendo lo stesso incarico - per un breve e non felicissimo periodo in Rizzoli, dal 1980 all'83 (quando direttore generale era Bruno Tassan Din, legato a doppio filo con il suo scomodo omologo, Licio...), quindi di nuovo in Garzanti, poi dal 1989 al '93 in Einaudi, in un momento particolarmente confuso per lo Struzzo (ma lì Gelli curò personalmente la pubblicazione di Petrolio di Pasolini), e infine nella Baldini e Castoldi dei successi di Faletti e della Tamaro... Lui che si era laureato in Filologia su Carlo Emilio Gadda, che poi conobbe, frequentò e studiò (fece anche pubblicare l'inedito La Meccanica), lui che aveva un'ammirazione per Sandro Penna e adorava André Gide...

Grande uomo dei libri che non ha mai ceduto alla vanagloria di scriverne uno, magari addirittura un romanzo, e magari farsi candidare allo Strega - come invece accade oggi per vanità senile a qualche altro grande direttore editoriale del tempo che fu - Piero Gelli era non solo un editor di fiuto, un critico raffinato, alfiere dello scrivere pulito, musicofilo (per molti anni presentò i programmi musicali di Raitre e fece parte del cda del Teatro alla Scala), traduttore e curatore (di antologie di poesia, per esempio) e amabilissimo conversatore, come testimonia chi gli fu amico (...c'era qualcosa di arbasinesco e di diverso in lui...) ma fu anche in qualche modo un simbolo di quella gloriosa editoria fatta da persone colte che avendo letto i grandi autori potevano anche pubblicare spazzatura, per giustificate ragioni editoriali, ma sapendo che lo era. Mentre oggi, non sapendo la differenza, si giustifica la spazzatura facendo finta di pubblicare grandi autori, come quelli che non si sono neppure letti.

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