L'intelligenza artificiale e i social media porteranno alla soppressione di gran parte delle attività giornalistiche: i giovani ormai si informano su Instagram e su TikTok. In questo scenario, chi pagherà più per avere giornalismo di qualità nell'era delle piattaforme? Per Anthony Albanese, il premier australiano, la sfida alla Silicon Valley deve essere lanciata con una risposta rivoluzionaria. Il governo laburista ha infatti presentato la bozza di un provvedimento sul tema che dovrebbe essere discusso in Parlamento entro luglio. Si chiama News Bargaining Incentive, ed è la nuova architettura pensata per costringere Meta, Google e TikTok a investire nelle case editrici australiane. Non si tratta di una vera e propria tassa, nelle parole di Albanese figura spesso l'espressione «incentivo». In pratica, le piattaforme che decidono di siglare accordi commerciali con le testate non subiranno nessuna sovrattassa; chi non lo farà, dovrà versare
allo Stato il 2,25% dei ricavi realizzati in Australia. L'obiettivo finale è raccogliere circa 250 milioni aggiuntivi all'anno, da distribuire alle imprese editoriali in base al numero di nuovi giornalisti assunti. Secondo il premier è una misura più che necessaria perché, per pura logica, se le notizie alimentano i feed dei social, conquistando utenti e indirettamente generano ricavi pubblicitari, allora parte di questo valore deve arrivare nelle tasche di chi le notizie le produce ogni giorno. Inoltre, «l'investimento nel giornalismo è fondamentale per una democrazia sana», ha aggiunto. Questa, che agli occhi di molti può sembrare una svolta storica e, magari, una normativa da cui prendere spunto, non è una vera novità per l'Australia. Già nel 2021 il News Media Bargaining Code aveva spinto Google e Facebook a chiudere accordi con gli editori, ma il successo aveva avuto storia breve. Meta ha annunciato di non voler rinnovare intese per circa 70 milioni di dollari mentre a sua volta il governo accusa i big digitali di aver trovato il modo di aggirare la norma riducendo o rimuovendo le notizie
dai propri servizi. Naturalmente la proposta del governo laburista è stata recepita male dai destinatari. Meta sostiene che «le testate pubblicano volontariamente contenuti sulle nostre piattaforme perché ne traggono vantaggio», mentre Google rivendica gli accordi già siglati con oltre 90 aziende giornalistiche locali e contesta il perimetro della misura che esclude arbitrariamente Microsoft, Snapchat e OpenAI, proprio mentre l'intelligenza artificiale cambia il modo in cui le persone consumano notizie.
Di là delle reazioni, il punto resta aperto: chi deve sostenere economicamente il giornalismo nell'era delle piattaforme? L'Australia prova ancora una volta a imporre una risposta politica a un problema globale. Resta da capire se basterà a cambiare davvero gli equilibri o se, ancora una volta, saranno gli editori a pagarne le conseguenze.