Alla vigilia di Jackson Hole, il simposio annuale della Federal Reserve che svelerà la futura direzione della politica monetaria globale, scatta l’alert sull’inflazione a stelle e strisce rimasta a luglio su livelli elevati, al 3,7% come a giugno. Un dato che mantiene l’indice dei prezzi al di sopra dell’obiettivo del 2% per il 65º mese consecutivo. Uno scenario inatteso che punta ulteriormente i riflettori del mercato in Wyoming, sul primo discorso da presidente della Fed di Kevin Warsh.
Domani Warsh potrebbe alzare il velo sulle intenzioni della Fed e dovrebbe dare messaggi chiari sui tassi provocando potenzialmente forti movimenti sui mercati valutari, soprattutto per quanto riguarda il cambio euro/dollaro. Una situazione che tiene con il fiato sospeso le Borse, ma anche molti gruppi di Piazza Affari il cui business dipende fortemente dalla forza (o dalla debolezza) del biglietto verde. Jackson Hole 2026 sarà soprattutto un’occasione per capire quanto la Fed sia vicina a tagliare i tassi in autunno. Nell’ipotesi in cui la preoccupazione per l’inflazione prevalga, come appare dagli ultimi dati, ci sarà (Trump permettendo) una minore propensione al taglio e un possibile rafforzamento del dollaro, se invece crescita e occupazione fossero messi al centro, un’apertura ai tagli indebolirebbe la valuta verde. Un bivio fondamentale per le società dollaro-dipendenti: Ferrari, Stm, Stellantis, Prysmian, Campari, Leonardo, Buzzi. Il Cavallino è un esempio molto chiaro di società «dollar positive». Vende molte automobili negli Stati Uniti e in altri mercati dove il biglietto verde è la valuta di riferimento, mentre una parte importante dei costi industriali è sostenuta in euro. Una combinazione che incide sui margini. Anche per Stm il discorso è analogo e, quindi, un dollaro forte tende a essere favorevole ai margini, mentre un dollaro debole potrebbe penalizzarli.
Stellantis dipende in modo molto forte dal dollaro e dal mercato nordamericano, che storicamente genera una quota rilevante dei suoi ricavi. Leonardo ha una dipendenza significativa legata soprattutto alla presenza della sua controllata americana Leonardo DRS e ai contratti internazionali fatturati in valuta estera.
Menzione a parte meritano Prysmian e Buzzi. Prysmian, per esempio, realizza circa il 40% dei ricavi in dollari, ma sostiene anche una parte importante dei costi negli Stati Uniti. E lo stesso vale per la società di costruzioni. In questo caso, il vantaggio derivante dalla conversione dei ricavi è in parte compensato dai costi in dollari. Chiude il cerchio Campari che compensa in parte l’esposizione agli Usa con la presenza di strutture operative Oltreoceano. Al netto di eventuali contratti forward per gestire il rischio di cambio, quindi, l’impatto della politica monetaria Usa avrà un eco anche sull’Italia Spa.
