Donald Trump e Benjamin Netanyahu sono tornati a parlarsi da alleati diffidenti più che da partner strategici. Le ultime parole del presidente americano al New York Times fotografano un rapporto entrato in una nuova fase: “Bibi è un tipo molto difficile”, ha detto Trump, aggiungendo che il premier israeliano “dovrebbe esserci molto grato” perché, senza l'azione americana sull'Iran, “Israele non esisterebbe”.
“Perché Bibi ha dovuto fare un fo**uto attacco? Ero furioso. Non ha un ca**o di giudizio. Gliel’ho fatto sapere”. Con queste parole, in un’altra intervista ad Axios, Trump ha attaccato ancora una volta il premier israeliano, accusandolo di aver compromesso negli scorsi giorni la firma di un memorandum d’intesa con l’Iran.
Dichiarazioni impensabili fino a pochi mesi fa e che certificano una crescente distanza tra due leader che per anni hanno incarnato una delle relazioni politiche più solide. Sullo sfondo ci sono il negoziato con Teheran, i raid israeliani in Libano, le diverse priorità strategiche e due leadership sempre più condizionate dalle rispettive dinamiche interne.
Da "Bibi" all'uomo "molto difficile"
Per gran parte della sua carriera politica Trump ha rappresentato uno dei presidenti americani più vicini a Netanyahu: il trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme, il riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan e gli Accordi di Abramo hanno rafforzato l'immagine di un'intesa quasi personale.
Oggi, però, il lessico è cambiato. Nell'intervista al New York Times, Trump ha rivendicato il proprio ruolo nel contenimento della minaccia iraniana, sostenendo che il premier israeliano dovrebbe essergli riconoscente. Le dichiarazioni arrivano mentre Washington tenta di consolidare un'intesa con Teheran che l'amministrazione presenta come il modo più efficace per impedire all'Iran di dotarsi dell'arma atomica.
Non è soltanto una divergenza tattica. Dietro le parole di Trump emerge una crescente insofferenza verso quella che la Casa Bianca percepisce come una tendenza israeliana a complicare i delicati equilibri diplomatici costruiti dagli Stati Uniti.
I raid in Libano e le telefonate al vetriolo
Le tensioni sono esplose nelle scorse settimane dopo i raid israeliani contro obiettivi legati a Hezbollah in Libano. Secondo quanto aveva riferito Axios, Trump aveva reagito con estrema durezza durante una conversazione telefonica con Netanyahu, accusandolo di aver messo a rischio il percorso negoziale regionale. Un funzionario statunitense ha affermato che Trump avrebbe detto a Netanyahu che dare seguito alle sue minacce di bombardare la capitale libanese avrebbe isolato ulteriormente Israele nel mondo. "Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando la pelle. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo.", avrebbe tuonato il tycoon. Una seconda fonte informata sulla telefonata aveva poi rivelato che Trump era "furioso" e a un certo punto ha urlato a Netanyahu: "Che ca**o stai facendo?".
Le ricostruzioni sui toni esatti della telefonata divergono: alcune fonti israeliane hanno ridimensionato i dettagli più coloriti emersi sulla stampa statunitense, pur confermando l'esistenza di un forte disaccordo. Anche la stampa israeliana ha raccontato un clima inedito di tensione, con Trump convinto che nuove escalation rischino di isolare ulteriormente Israele sul piano internazionale.
Il dato politico, al di là dei virgolettati, appare chiaro: Trump vuole evitare che le iniziative israeliane facciano deragliare un accordo che considera centrale per la propria strategia mediorientale e per la sua immagine di leader capace di chiudere conflitti anzichè aprirne di nuovi.
Due leader uniti dagli interessi, divisi dalle priorità
La frattura non equivale a una rottura. Gli Stati Uniti restano il principale alleato di Israele e Trump continua a ribadire che impedire all'Iran di ottenere la bomba atomica rappresenta una priorità assoluta anche per la sicurezza israeliana.
Ma le priorità dei due leader non coincidono più perfettamente. Netanyahu, stretto tra le pressioni della destra israeliana, le contestazioni interne e la necessità di mantenere una postura di fermezza verso Hezbollah e Teheran, appare meno disposto ad accettare compromessi che possano essere percepiti come concessioni. Trump, invece, sembra determinato a intestarsi il successo di un'intesa con l'Iran che gli consentirebbe di presentarsi come il presidente che ha evitato una guerra regionale.
Hanno sì dichiarato insieme guerra all'Iran il 28 febbraio, ma le loro strade si sono separate nel giro di pochi giorni.
Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, l'impennata del prezzo del petrolio è diventata una minaccia politica per Trump, ormai disposto a trattare. La pressione elettorale su Netanyahu, invece, lo spinge nel senso opposto. Convincere Trump ad unirsi all'attacco contro l'Iran è stata una gigantesca vittoria, ma ora quel credito si sta via via sgretolando.