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Politica estera

Calcio, grandi affari e potere: Gianni "controlla" 211 Paesi

La Federazione mondiale conta più membri dell’Onu e il presidente gode di privilegi, un salario milionario e dialoga coi governi

Calcio, grandi affari e potere: Gianni "controlla" 211 Paesi

L’ultima idea di Donald Trump è candidare Gianni Infantino a segretario dell’Onu. Il presidente degli Stati Uniti ha fatto due conti, l’organizzazione, che ha sede a New York, conta 193 paesi, pochi rispetto ai 211 che fanno parte della Fifa e il grande sogno del capo del football mondiale è di affiliare gli altri 8 paesi che ancora non sono nel sistema, Micronesia,Kiribati, Isole Marshall, Principato di Monaco, Mauru, Palau,Tuvalu e il Regno Unito in quanto tale (voto elettorale) e, infine, Città del Vaticano. Al di là dei sogni, la realtà è chiara dal 1902, anno di fondazione della Fifa.

Questa ha svolto un pesante ruolo politico e finanziario, attraverso 9 presidenze (una parentesi ad interim) che hanno trasformato il gioco del pallone in un affare commerciale e di potere, a partire dal governo durato 24 anni del brasiliano Joao Havelange e del suo successore Joseph Blatter, la cui presidenza proseguì per 17 anni fino al giorno in cui Fbi arrestò, con una operazione spettacolare in un hotel sul lago di Zurigo, i membri del comitato esecutivo di Fifa, costringendo Blatter alle dimissioni e consegnando, dopo il blitz per fermare Platini, il posto a Gianni Infantino. Il ruolo di presidente non è affatto cerimoniale, gode di privilegi, ha un salario che supera i 6 milioni di franchi svizzeri, al netto delle tasse, tra stipendio, bonus e benefit, dialoga e negozia con i governi indicati per l’assegnazione dei tornei, attraversa cambiamenti politici ed economici, stringe accordi commerciali con aziende di ogni settore, suggerisce l’attuazione di infrastrutture, strade, aeroporti, scali marittimi e ferroviari, alberghi destinati a ricevere il mondiale, porta lo stesso torneo in territori e paesi fuori dal circuito calcistico internazionale, la Russia di Putin, il Qatar, Gli Stati Uniti e il Canada, mentre si prepara l’edizione del 2030 in Spagna, Portogallo, Marocco, Uruguay, Paraguay, Argentina e, quattro anni dopo, si andrà in Arabia Saudita, un mappamondo con l’alibi di esportare il calcio ma la realtà di incassare una montagna di denari, 9 i miliardi di dollari di questo appena conclusosi.

Gli interessi mercantili hanno preso il sopravvento sulle esigenze sportive calcistiche, i regolamenti sono stati modificati, al punto di arrivare all’interferenza manifesta di un capo di Stato, Trump, nella squalifica di un calciatore, si dà il caso statunitense, sospensione poi congelata da un solo giudice, senza interpellare gli altri 17 membri della commissione ma tenendo a mente il messaggio di Trump e il consiglio di Infantino. Che il calcio venga utilizzato come distrazione di massa è sufficiente vedere come la Spagna, afflitta da gravissimi problemi politico giudiziari, si sia unita nel trionfo della nazionale, cosa già verificata nel 78, con il mondiale vinto dall’Argentina di Menotti in piena dittatura militare. Fifa riassume il potere, lo gestisce a proprio piacimento, lo applica con sistemi spacciati come democratici ma che derivano da una unica figura, il presidente, così accadeva con Havelange, finito nella corruzione, così con Blatter, al centro di casi giudiziari, ora con Infantino. Nulla è cambiato, molto cambierà, il football è un’azienda e il calcio è una religione che non ha atei ma sa commettere molti peccati.

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