«Negli scacchi la strategia migliore è valutare 5 possibili alternative ed essere disciplinati: i giocatori deboli fanno la prima buona mossa che vedono, gli altri, invece, vincono. Vale anche nel business. E per l’Ia». Alan Trefler a 19 anni era già Maestro, arrivò primo ex aequo al World Open del 1975, poi ha scelto l’intelligenza artificiale. Pega, la sua azienda, è nata nel 1983: produce sistemi che utilizzano l’Ia per orchestrare processi e decisioni critiche, e costruisce servizi con software low code per grandi banche, Telco e agenzie federali degli Usa. L’Ia non ci ucciderà tutti, dice, soprattutto se useremo la sua Predictable AI che fin qui gli ha dato ragione (e milIardi di dollari).
Non siamo così in pericolo.
«Dipende da noi. A Pega sviluppiamo l’Ia agentica dal 2022: abbiamo analizzato i modi possibili e poi scelto quello che ci sembrava più corretto. Ha funzionato».
Think different...
«Gli scacchi insegnano a lavorare una mossa alla volta, a pensare fuori dall’ordinario, a imparare dalle sconfitte. Funziona».
Com’era l’intelligenza artificiale nel 1983?
«Ho frequentato il Dartmouth College, dove nel 1956 fu coniato il termine. Quando mi sono laureato insegnavo ai computer a giocare a scacchi, ma erano macchine primitive».
Si capiva cosa sarebbe accaduto?
«La base di quel lavoro fa parte di ciò che realizziamo oggi, eppure allora lavoravamo con le prime reti neurali e la conclusione fu che non sarebbero mai state sufficienti».
Adesso ci si divide tra entusiasmo e pericoli
«Noi invece usiamo i migliori modelli esistenti per creare una struttura che porti prevedibilità all’Ia. Che per natura non è sempre prevedibile».
Come funziona?
«Valutiamo, progettiamo e proponiamo: se il cliente ci dice anche sono d’accordo ma non del tutto usiamo l’Ia per sistemare solo i pezzi mancanti. Il tutto restando comunque potenti».
Il contrario delle Big Tech.
«Mi ha sconvolto sentire i leader di OpenAI, Anthropic e altre, uscire allo scoperto: Non possiamo più controllarla. Poi però continuano a dire ai loro clienti di affidarsi agli agenti Ia. Spaventando i loro stessi creatori».
Qualcuno dice: fanno i catastrofisti per muovere le Borse.
«Beh, molte persone nel settore fanno affermazioni piuttosto interessate».
Per esempio?
«Quando il Ceo di Nvidia afferma che se un ingegnere software non investe 250mila dollari all’anno nella loro Ia sta sprecando la sua vita, penso abbia un interesse... Secondo me ci sono modi migliori».
Più etici?
«Sarebbe un bene per le aziende e per il pianeta. i costi sono finanziari, ma anche energetici e ambientali».
Ma ci può essere etica nell’Ia?
«L’unico modo è costringerla a dirti cosa sta per fare prima di farlo: altrimenti come puoi verificarlo? Invece i nuovi modelli escono troppo velocemente: così è difficile testare i sistemi e si rischia di lasciare che l’algoritmo faccia i piani aziendali».
Come può aiutare Pega l’Italia e l’Europa?
«C’è grande spazio per migliorare il lavoro della Pa, però l’Ia non va lasciata libera. Regolamentare tutto? È una battaglia difficile, piuttosto vanno spiegati gli errori che si possono commettere e come mantenere il controllo sui propri asset».
Cosa succederà nei prossimi cinque anni?
«Non si era detto che ci estingueremo?».
Scherzi a parte?
«I regolatori non perdoneranno chi cederà troppo il controllo alla macchina, finendo magari per commettere errori. E generare enormi quantità di codice costringerà le società di software alla sofisticazione: alcune, quelle sì, moriranno. Poi un’altra cosa».
Risparmiare energia?
«La quantità di denaro investa nei data center è spaventosa. E intanto ci sono aziende che prestano soldi ai propri clienti, i quali poi comprano servizi da quelle stesse aziende: secondo voi, il conto chi lo paga?».
