Non lascia la guida del governo e della Cdu (che ammette essere stata «stritolata»), ma il terreno gli sta franando sotto i piedi. Berlino e Meclemburgo-Pomerania sono solo due, seppur nuovi, pezzi di un puzzle ormai ben definito. L’era di Friedrich Merz alla guida della Cdu non è mai stata tanto vicina a chiudersi. Per questa ragione, e anche per abbozzare una risposta comune buona per tutti i dirigenti, ieri lo stato maggiore del partito si è blindato ben prima della chiusura delle urne nei länder, in un pomeriggio «dai lunghi coltelli», con pressioni per un passo indietro da parte delle nuove leve e difesa di chi è convinto di potercela ancora fare. Troppo forte la paura di perdere altri consensi e quindi l’attuale status dentro il governo federale, anche perché la cavalcata di AfD difficilmente potrà fermarsi, visto che tutti i sondaggi danno, oggi, la Cdu nelle stesse condizioni in cui, ieri, si trovava la Spd di Olaf Scholz.
Erano quelli i giorni in cui il cancelliere socialista aveva compreso come il cambio della guardia fosse irreversibile, quando lo stesso Merz spargeva sale sulle ferite dell’allora cancelliere. Stesso schema degli ultimi mesi, con le rilevazioni a inchiodare Merz: è il cancelliere meno popolare dalla fondazione della Repubblica federale tedesca, con un sostegno pari appena al 10%. Il silenzio di Manfred Weber, poi, non è un buon segno, anche perché in questa complessa situazione politica va analizzato anche il punto di vista di quei gruppi industriali teutonici che hanno sostenuto a gran voce Merz come successore di Scholz e che oggi si trovano dinanzi un governo sostanzialmente incapace di frenare l’emorragia di licenziamenti.
Il cancelliere fa mea culpa («in Meclembrugo un disastro»), promette di accelerare («farò le riforme, antidoto al veleno autoritario») e si assume personalmente la paternità dei risultati elettorali. E ancora: «I cambiamenti richiedono impegno. Non tutto sarà accolto con favore. In alcuni ambiti, il pieno impatto si manifesterà solo col tempo. Ci assumiamo questa responsabilità, io mi assumo questa responsabilità, perché voglio far progredire il nostro Paese».
Ma potrebbe non bastare. Uno dei fronti più caldi per il capo della Cdu è quello delle pensioni: a giugno il governo tedesco ha presentato la relazione finale della commissione sulle pensioni ma ad oggi, complici forse anche i kappaò elettorali, l’abolizione prevista del cosiddetto «pensionamento a 63 anni» rimane controversa. Dal primo gennaio, inizialmente ipotizzata, la data potrebbe slittare alla fine della legislatura. Miele per AfD.
