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Politica estera

Gaza, Netanyahu sfida Trump: Israele respinge la roadmap del Board of Peace

Il premier israeliano chiude la porta al piano americano in 15 punti: nessun ritiro dell’IDF finché Hamas non sarà completamente disarmata e nessuno Stato palestinese, né a Gaza né in Cisgiordania. Intanto, stando ai media iraniani, Khamenei ha incontrato il presidente Pezeshkian

La guerra di Gaza torna a dividere Israele e Stati Uniti proprio nel momento in cui Washington prova a trasformare il cessate il fuoco in un percorso politico per il “day after”. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele respinge il documento in 15 punti elaborato dal Board of Peace, l’organismo sostenuto dall’amministrazione di Donald Trump incaricato di accompagnare la transizione della Striscia verso un nuovo assetto di sicurezza e governance.

La posizione israeliana è netta: l’IDF non si ritirerà dalle proprie attuali posizioni finché Hamas non sarà “genuinamente” disarmata. Lo ha detto Netanyahu in apertura della riunione del gabinetto, nella sua prima dichiarazione pubblica sulla roadmap.“Nutro grande stima per il presidente Trump”, ha teso a chiarire Netanyahu. “È un nostro grande amico alla Casa Bianca”, ha aggiunto.

Ma Netanyahu ha allargato immediatamente il fronte dello scontro. Non si tratta soltanto di una questione militare. Il premier ha escluso anche qualsiasi prospettiva di Stato palestinese, affermando che, finché resterà primo ministro, non ne nascerà uno né a Gaza né in Cisgiordania. E ha ribadito la sua formula ormai nota: Gaza non dovrà diventare né “Hamastan” né “Fatahstan”. Le espressioni “Hamastan” e “Fatahstan” risalgono, infatti, agli anni precedenti ed esprimono la contrarietà del premier sia al mantenimento del potere di Hamas sia a un eventuale ritorno dell’Autorità palestinese nella Striscia. Netanyahu aveva già utilizzato questa contrapposizione nel 2023, sostenendo che Israele non avrebbe consentito che Hamas fosse semplicemente sostituita da Fatah.

Ma Hamas risponde: “Ci aspettiamo che i mediatori e il garante americano facciano pressione su Netanyahu e sul suo governo affinché rispettino la tabella di marcia e non ostacolino il processo per ragioni politiche ed elettorali interne”, ha detto Bassem Naim, membro dell’ufficio politico di Hamas.

La roadmap del Board of Peace nasce come strumento di attuazione del più ampio piano di Trump per Gaza e della risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo il rapporto presentato all’Onu, il documento in 15 punti individua come principio centrale la formula “una sola autorità, una sola legge, una sola arma”, escludendo Hamas e le altre fazioni armate dal governo della Striscia.

Il punto più delicato riguarda il disarmo. Il piano prevede il completo smantellamento delle armi e delle infrastrutture militari e terroristiche, sottoposto a verifica internazionale. La transizione dovrebbe avvenire per fasi, con l’avanzamento da una fase all’altra subordinato alla verifica degli impegni assunti.

A sorvegliare il processo dovrebbe essere una struttura internazionale, affiancata da una International Stabilization Force, incaricata anche di contribuire alla sicurezza, alla protezione delle operazioni umanitarie e alla gestione della catena di custodia delle armi. Parallelamente, la National Committee for the Administration of Gaza dovrebbe assumere le funzioni della governance civile transitoria.

Anche il ritiro israeliano è inserito in questo meccanismo. Il testo prevede un ritiro progressivo dell’IDF verso il perimetro della Striscia, condizionato ai progressi verificati nel processo di smantellamento dell’apparato militare di Hamas. Non si tratta quindi, almeno formalmente, di un piano che imponga a Israele di abbandonare Gaza senza condizioni.

Il contrasto è diventato evidente già nei giorni scorsi. Il 3 agosto l’inviato del Board of Peace per Gaza, Nickolay Mladenov, aveva incontrato Netanyahu a Gerusalemme per discutere dell’attuazione dell’accordo sul disarmo. Il Board of Peace aveva insistito sulla necessità di procedere verso la demilitarizzazione e la governance civile, mentre Israele continuava a esprimere forti riserve sulla sicurezza e a condurre operazioni militari nella Striscia.

Intanto, secondo i media iraniani, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei ha incontrato il presidente Masoud Pezeshkian ”in occasione dell’inizio del terzo anno di mandato di quest’ultimo". I due, riporta tra gli altri media iraniani l’emittente statale Press Tv, “hanno discusso a lungo delle sfide che il Paese deve affrontare, tra cui le esigenze di sostentamento della popolazione, la terza guerra di aggressione in corso, le prospettive future, gli sviluppi militari e la collaborazione economica con i partner stranieri”.

Un incontro che, se confermato, sarebbe avvenuto nei giorni scorsi considerando che l’anniversario dell’insediamento di Pezeshkian cade il 30 luglio.

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