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Politica estera

Gli stretti asiatici si infiammano: ecco le “rotte marittime di fuoco” dove passano 6.400 miliardi di dollari

Da Malacca a Taiwan, i grandi chokepoints asiatici sono diventati il cuore dello scontro tra Usa e Cina. Un blocco avrebbe effetti sulle filiere globali

L'accordo Usa per soffocare la Cina: cosa succede intorno allo Stretto di Malacca

Dopo le tensioni che hanno scosso lo Stretto di Hormuz e quello di Bab El Mandeb, in Medio Oriente, i riflettori sono già puntati nell’Asia-Pacifico dove gli stretti e le rotte commerciali nel Mar Cinese Meridionale e dintorni sono diventati il nuovo baricentro della competizione strategica tra le grandi potenze (su tutte Stati Uniti e Cina). Il motivo è semplice: la vera partita per il commercio globale non si gioca nel Golfo ma tra Malacca, Taiwan, Luzon, Sunda e altri passaggi obbligati che collegano l’Oceano Indiano al Pacifico. Da questi corridoi transita ogni anno una quota decisiva degli scambi internazionali e un’eventuale interruzione, provocata da un conflitto militare, un blocco navale o una crisi diplomatica, avrebbe conseguenze ben superiori ai rincari energetici osservati finora.

Gli stretti commerciali di fuoco? In Asia

A fotografare con precisione la nuova geografia del commercio è un’analisi pubblicata dal Center for Strategic and International Studies (CSIS), secondo cui nel solo 2024 gli otto principali “chokepoints” del Mar Cinese Meridionale hanno movimentato merci per un valore complessivo di circa 6.400 miliardi di dollari.

A dominare la classifica sono due vere e proprie autostrade del mare: lo Stretto di Malacca e quello di Taiwan, entrambi attraversati da oltre 2.400 miliardi di dollari di merci, pari a circa il 21% dell’intero commercio marittimo mondiale ciascuno. Numeri, questi, che aiutano a comprendere perché la regione rappresenti oggi uno dei principali punti di frizione geopolitica del pianeta.

Non solo: l’ipotesi avanzata nei mesi scorsi da alcuni esponenti del governo indonesiano di introdurre un pedaggio per il transito nello Stretto di Malacca, potrebbe provocare un bel disastro. Peggio ancora, un blocco di Malacca costringerebbe circa il 21% del commercio marittimo globale a cambiare rotta, allungando mediamente i percorsi di circa 1.200 chilometri. Se invece risultassero compromessi anche gli altri stretti indonesiani, come Sunda, Lombok e Makassar, la quota di traffico coinvolta salirebbe al 26%, con deviazioni medie fino a 7.800 chilometri e un inevitabile aumento dei costi logistici.

L’importanza dello Stretto di Malacca e di Taiwan

Non tutti i passaggi marittimi, spiega il CSIS, hanno lo stesso peso economico né producono gli stessi effetti in caso di crisi. Lo Stretto di Malacca rappresenta la principale porta d’ingresso dell’energia diretta verso l’Asia orientale. Petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dal Golfo Persico e dall’Africa attraversano quotidianamente questo corridoio per raggiungere Cina, Giappone e Corea del Sud.

Lo Stretto di Taiwan svolge invece una funzione diversa ma altrettanto strategica: è il crocevia delle catene di approvvigionamento tecnologiche mondiali. Attraverso queste acque transitano componenti elettronici, semiconduttori, macchinari industriali e prodotti ad alto valore aggiunto indispensabili per l’industria globale.

Nel 2024 sono passati nello Stretto di Taiwan beni elettronici e macchinari per circa 986 miliardi di dollari, una cifra persino superiore a quella registrata lungo Malacca per la stessa categoria di merci. In altre parole, un’interruzione dei traffici non colpirebbe soltanto il settore energetico, ma metterebbe sotto pressione l’intera produzione industriale mondiale, dall’automotive all’elettronica di consumo.

La mappa del rischio

La mappa delle dipendenze commerciali mostra inoltre come il rischio non sia distribuito in modo uniforme. A essere maggiormente esposte sono soprattutto le economie dell’Asia orientale. Per la Cina, ad esempio, il tradizionale “dilemma di Malacca” rischia ormai di essere superato dal “dilemma di Taiwan”.

Nel 2024, non a caso, circa il 33% delle importazioni cinesi e il 16% delle esportazioni sono transitate attraverso lo Stretto di Taiwan, contro il 21% delle importazioni e il 14% delle esportazioni passate da Malacca. Significa che un eventuale conflitto attorno all’isola o un blocco navale deciso da Pechino finirebbero per colpire la stessa economia cinese oltre che i suoi partner commerciali.

Ancora più marcata è la dipendenza di Giappone, Corea del Sud e Filippine, che nello stesso anno hanno movimentato attraverso lo Stretto di Taiwan merci per circa 755 miliardi di dollari, contro i 474 miliardi transitati da Malacca. Per Taiwan, invece, la questione assume un valore esistenziale: buona parte delle importazioni energetiche e delle esportazioni tecnologiche passa proprio attraverso quel tratto di mare.

Gli Stati Uniti risultano relativamente meno vulnerabili, poiché soltanto il 3-4% del loro commercio attraversa Malacca o Taiwan, ma un’interruzione delle rotte colpirebbe comunque le filiere globali dalle quali dipendono molte aziende americane, con inevitabili ripercussioni sui prezzi e sulla disponibilità di componenti strategici.

Il controllo dei chokepoints

Il controllo dei chokepoints sarà insomma sempre più al centro dello scontro tra Usa e Cina. Non si tratta soltanto di garantire la libertà di navigazione, ma di proteggere le arterie attraverso cui scorrono energia, materie prime, microchip, componentistica industriale e prodotti finiti destinati ai mercati di tutto il mondo.

La crisi del Mar Rosso prima e le tensioni nello Stretto di Hormuz poi hanno dimostrato quanto rapidamente una singola interruzione possa far aumentare noli marittimi, premi assicurativi e costi di trasporto, alimentando nuove pressioni inflazionistiche. Un’eventuale crisi simultanea nel Mar Cinese Meridionale avrebbe effetti ancora più profondi, perché coinvolgerebbe il cuore manifatturiero del pianeta.

Le alternative esistono, ma comportano tempi di navigazione più lunghi, consumi maggiori di carburante e costi logistici destinati a riflettersi lungo l’intera catena produttiva. Per questo Malacca, Taiwan, Sunda, Lombok, Luzon, Makassar, Mindoro e Balabac sono oggi molto più di semplici passaggi marittimi: sono le valvole attraverso cui passa una parte decisiva della crescita economica globale.

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