“Francamente la Russia si è comportata bene con l’Ucraina”. Basta questa frase pronunciata lunedì di fronte ai giornalisti sul prato della Casa Bianca, per far capire quanto Donald Trump desideri a tutti i costi un accordo sulla guerra. Fino a non molto tempo fa puntava al premio Nobel. Ora il suo sguardo si ferma a martedì 3 novembre, giorno delle elezioni di metà mandato. Il presidente Usa ha rotto il fronte occidentale, dichiarando il «liberi tutti» nei confronti di Mosca; ha cancellato con un tratto di penna le sanzioni approvate con una legge bipartisan solo poche settimane fa. Nel tentativo di intimidire Kiev ha chiuso gli occhi dei satelliti che difendevano l’Ucraina e preso a male parole Zelensky.
Ha bisogno di un successo, subito, per vincere il referendum sui suoi primi due anni di governo. Punta al bersaglio grosso, la pace, e intanto cerca di portare a casa almeno un risultato: la liberazione dell’ultimo cittadino Usa, arbitrariamente detenuto in Russia; Stephen Hubbard, condannato a 6 anni di colonia penale con l’accusa di aver combattuto come mercenario a favore degli ucraini (anche se ha da tempo superato i 70).
L’inviato americano Steve Witkoff si è trovato di fronte a Oslo uno Zelensky a cui litigare con Trump fa politicamente bene. Un sondaggio dell’Istituto internazionale di sociologia di Kiev, pubblicato ieri, dice che la popolarità del presidente ucraino è rimbalzata dal 43 al 57% negli ultimi dieci giorni, quelli in cui Volodymyr si è tolto qualche sassolino dalle scarpe. Un rimbalzo del tutto analogo c’era stato ai tempi dell’«agguato» della Casa Bianca. Sembra incredibile (soprattutto visto dall’Italia), ma a quanto pare, e nonostante le bombe quotidiane, quando sono toccati sul vivo gli ucraini fanno quadrato intorno a chi li guida. Anche per questo è difficile aspettarsi che la dirigenza di Kiev possa dire ora qualche cosa di diverso rispetto al passato. Quanto alla Russia nemmeno se ne parla. La delegazione di Mosca ha fatto trapelare, in vista dei colloqui di Witkoff oggi a Mosca, che si parte dalla solita premessa: che l’Ucraina si ritiri da tutti i territori delle province contese, anche quelli fino a ora difesi con successo. In ogni caso, ha detto ieri Mosca, noi contiamo di conquistarli al più tardi nel febbraio del 2027.
Nell’attesa, e in mancanza di spiragli davvero concreti che facciano sperare in un esito positivo delle trattative di questi giorni, il dramma è che in Ucraina si continua a morire. Secondo alcune fonti riprese dall’agenzia Bloomberg ai vertici della Nato c’è chi teme che i contrasti tra Trump e Zelensky abbiano raggiunto un punto di non ritorno e che le forniture di armi, soprattutto gli indispensabili Patriot, siano destinate a non riprendere a pieno ritmo nemmeno in futuro. Zelensky sembra aver fatto la scommessa contraria, probabilmente puntando su un Trump più morbido (o con le mani legate) dopo le elezioni del 3novembre. Ma anche gli Stati Uniti devono fare i conti con gli arsenali svuotati dall’operazione contro l’Iran e pur nelle migliori ipotesi finiranno per usare il contagocce. Solo durante i bombardamenti di domenica Mosca ha lanciato 16 missili balistici, di fronte ai quali Kiev si è trovata disarmata. Ma in fin dei conti, direbbe Trump, la Russia si è comportata bene con l’Ucraina.
