Il Canada vuole entrare nel Joint Expeditionary Force, la forza di spedizione militare guidata dal Regno Unito che riunisce dieci Paesi europei della Nato. E Ursula von der Leyen ha appena proposto a Ottawa una forma di «membro associato» dell’Unione Europea. Donald Trump ha reagito minacciando pesanti dazi contro l’Europa.
Non è soltanto una nuova tensione commerciale. Il Canada sta diventando il punto nel quale si incontrano due visioni strategiche opposte. Da una parte Londra, e poi Bruxelles, cercano di stringere Ottawa dentro una nuova rete; dall’altra Washington vede in questo avvicinamento qualcosa che la propria tradizione strategica ha da sempre cercato di impedire: la presenza e l’influenza di potenze esterne nel continente americano. Sembra quasi di tornare alle giubbe rosse.
Per capire la reazione americana bisogna guardare alla National Security Strategy del 2025 e alla National Defense Strategy del 2026, che delineano una visione molto diversa da quella che ha guidato Washington nel dopoguerra. La prima priorità è l’emisfero occidentale, all’interno del quale alle potenze esterne deve essere impedito di acquisire capacità e asset strategici. La seconda può essere riassunta nell’abbandono di ogni responsabilità globale. È la logica che emerge dalla riflessione strategica di Elbridge Colby, da sottosegretario alla Guerra il grande artefice dell’odierna strategia: concentrare le risorse sulla Cina, la potenza che più direttamente può minacciare gli Stati Uniti. E un’Europa che mantiene forti rapporti commerciali con Pechino rischia di essere considerata da Washington non più un alleato. Ne consegue che il Canada diventa un caso più che emblematico sullo stato di ciò che resta del rapporto transatlantico. Un Paese del continente americano, legato alla Corona britannica ma pienamente sovrano, che è pronto a tornare indietro nel tempo pur di allontanarsi da Washington e legarsi sempre più strettamente alla rete strategica della vecchia madrepatria.
