La Kesher Israel Congregation ricorda bene il 7 ottobre, ma ricorda ancora di più quello che è successo dopo. «Siamo stati la prima sinagoga negli Stati Uniti a essere oggetto di proteste dopo l’inizio della guerra», ci racconta Eli Russ, responsabile della sicurezza del luogo di culto situato nel cuore di Georgetown, uno dei quartieri più antichi di Washington. «C’era antisemitismo prima della guerra a Gaza, ma oggi lo vediamo molto più diffuso, più frequente e più palese». Russ spiega che il sistema di protezione combina guardie private, 30 volontari addestrati, protezioni fisiche e cooperazione con le autorità: «Non avevamo nulla del genere 15 anni fa».
Il rabbino Hyim Shafner ci accoglie nella storica sinagoga, un edificio del 1911 affacciato su M Street. Oggi la Kesher Israel Congregation è l’unica sinagoga ortodossa nel cuore della capitale americana e conta 300 membri attivi. «Credo che per gli ebrei qualcosa sia cambiato dopo il 7 ottobre: è stato come se ci sentissimo più vulnerabili».
Secondo la Secure Community Network, nel 2025 sono state ricevute oltre 4.400 segnalazioni di attività sospette, dalle svastiche alle minacce di morte. Il problema, ci spiega Stuart Frisch, del Community Security Service (CSS), è che la minaccia è sempre più decentralizzata, composta da attori solitari e violenti che agiscono con poco preavviso. Per questo la sicurezza diventa centrale.
Il clima nella sinagoga rimane segnato dall’inquietudine, certificata da quella che Russ chiama «Jewish tax», una sorta di tassa che non esiste nelle altre comunità: «La spesa per la sicurezza è una delle voci più alte del nostro budget», ci racconta. Per il rabbino Shafner, i soldi destinati alla sicurezza vengono sottratti ad altro, come programmi sociali o educativi.
Per Judah Rose, presidente del Kesher Board, il nodo della sicurezza ha un riflesso diretto sulla sopravvivenza della comunità, perché molti pensano di partire: «Due persone sono state assassinate qui vicino perché erano ebree». Ma il punto, insiste, è soprattutto il clima generale. E infatti c’è chi pensa di partire per Israele: «Sì, c’è chi pensa di andarci. Molti hanno parenti, altri comprano proprietà». Ma, ci spiega, il nodo non è tanto la diaspora quanto il semplice fatto che se ne parli.
Il rabbino Shafner sottolinea però un punto importante: seppure intimorita, la comunità è rimasta unita. «Dopo la sparatoria di Pittsburgh e il 7 ottobre, i giornalisti mi chiedevano: I fedeli hanno paura di venire in sinagoga?. E io rispondevo: Sapete, in realtà no. La mia sinagoga è piena come sempre».
Che il tema sia centrale per la Casa Bianca lo conferma anche l’attività del rabbino Yehuda Kaploun, nominato da Donald Trump inviato speciale degli Stati Uniti per il monitoraggio e la lotta all’antisemitismo. «L’antisemitismo è diffuso in tutto il mondo», ci spiega durante un incontro a porte chiuse nel cuore di Washington. E gli Stati Uniti non sono immuni da questo processo. La sua nomina, decisa da Trump, ci spiega, è stata il segnale che l’amministrazione considera l’antisemitismo una priorità, inserendone il contrasto in una battaglia più ampia per la difesa dei principi democratici: «Non è solo una questione che riguarda Israele. Si tratta dei valori occidentali».
