Dopo un quarto di secolo, possiamo dire che buttare giù le torri è stato un successo? Certo, dal loro punto di vista.
Che noi non è che non condividiamo, e ci mancherebbe pure, ma nemmeno vogliamo conoscere, sapere che esista. In questi 25 anni abbiamo fatto di tutto per nasconderlo sotto il tappeto. Invece di rispondere con forza abbiamo aperto le braccia, per accettare che possano attaccarci, come regolarmente hanno continuato a fare, e per accoglierli anche, rendendogli confortevole venire. Abbiamo finto che non ci sia quel punto di vista di attacco alla nostra cultura, alla nostra società e a tante attività della nostra vita.
Prendiamone una, i voli aerei, un aspetto per molti anche marginale. A causa di quell’attentato ci siamo imposti delle limitazioni e dei controlli pesantissimi, che urtano la fluidità del viaggio e anche la dignità personale. Ci dobbiamo spogliare e dobbiamo buttare anche l’acqua, per non parlare di altri liquidi.
Con costi elevati in aeroporto, che indovina un po’ chi li paga. A chi non è mai venuta in mente la domanda semplice e pura: ma se sono i musulmani a fare gli attentati, perché devo spogliarmi io? Eh, ma mica lo portano scritto in fronte che sono musulmani. Vero.
E poi, mica tutti i musulmani sono terroristi. Vero anche questo. Quindi, va bene così o quella domandina resta lì, appesa in un angolo della mente?
Sicuramente la misura più facile è quella adottata: penalizzare tutti per prevenire alcuni. Ma siamo sicuri che sia l’unica e anche la più giusta, per chi quelle torri non si è mai sognato di abbatterle? Forse uno sforzo ulteriore per circoscrivere controlli e limitazioni, in venticinque anni, lo avremmo apprezzato. Dopotutto, agli arrivi la selezione su ingressi e controlli c’è eccome. Non sarebbe stato politically correct, è indubbio.
Ma quando ti buttano giù due torri, forse la giacca puoi anche togliertela. O no?
In conclusione, il terrorista fa il suo lavoro e lo ha fatto anche bene. Noi, il nostro, lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo?
