La politologa americana Kelly M. Greenhill l’ha definita «migrazione esercitata con la coercizione» e ci ha dedicato un voluminoso tomo (Weapons of mass migration: forced displacement, coercion, and foreign policy) in cui analizza l’utilizzo dei migranti come arma.In quest’ottica il caso Ceuta è il nuovo capitolo di una guerra asimmetrica che ha come linea del fronte il rispetto dei diritti umani, supremo valore dalle democrazie occidentali, contrapposto al totale disinteresse per gli stessi dimostrato da autocrati e dittatori. Nel caso del Marocco, l’uso dell’arma migranti non è una novità. Il precedente, ambientato sempre a Ceuta, risale al 2021. Anche in quel caso la polizia marocchina facilita l’accesso al bagnasciuga e lo sbarco di oltre diecimila disgraziati. Il casus belli è in quel caso il ricovero in Spagna di Brahim Ghali il leader del Fronte Polisario, nemico di Rabat, colpito dal Covid. Un ricovero interpretato dal Marocco come un affronto e una violazione dello «spirito di buon vicinato».
Ma i casi più famosi degli ultimi anni restano quelli della Libia, con vittima principale l’Italia, della Bielorussia nei confronti di Polonia e Lituania e di una Turchia impegnata, dal 2015 in poi, ad esercitare pressioni sull’Ue per ottenere concessioni e finanziamenti. In Libia l’uso dei migranti come arma inizia durante l’era di Muhammar Gheddafi.
Per il Colonnello la minaccia di «inondare» Italia ed Europa di migranti sub-sahariani è semplicemente una leva negoziale. Una leva bloccata nel 2008 da Silvio Berlusconi grazie alla firma di un accordo da 5 miliardi di dollari che azzera i flussi. Tutto rincomincia però dopo il disgraziato intervento Nato, voluto nel 2011 da Nicolas Sarkozy e da Barack Obama, che porta all’uccisione del rais.
Da quel momento la Libia diventa uno stato fallito e l’arma dei migranti passa nelle mani di milizie e signori della guerra pronti ad usarli per ottenere soldi e potere. Ma neanche i governi succedutisi a Tripoli e Bengasi si fanno scrupoli. I barconi colmi di umani diventano così lo strumento privilegiato per ottenere da Italia e Ue il finanziamento di Guardia Costiera e centri di detenzione. Ma l’attacco ibrido più devastante subito da Europa e Germania prende corpo alla fine del 2015 quando la Turchia apre i confini occidentali e sospinge un milione di profughi siriani e afghani lungo la rotta balcanica. Grazie a quella mossa spregiudicata il presidente Recep Tayyip Erdogan ottiene da Bruxelles 6 miliardi di euro in cambio dell’impegno a tener chiusi i confini. Impegno ignorato già nel febbraio 2020 quando dirotta decine di migliaia di migranti verso la Grecia. La guerra ibrida di Erdogan viene adottata anche dal presidente bielorusso Aljaksandr Lukashenko dopo le sanzioni Ue per la repressione post-elezioni 2020. In quel caso il regime di Lukashenko usa voli diretti, visti turistici agevolati e pacchetti organizzati da agenzie di viaggio per attirare migliaia di curdi iracheni, siriani, afghani e yemeniti) che vengono trasportati al confine con Polonia, Lituania e Lettonia e spinti a tentare l’attraversamento. Una minaccia azzerata solo con la costruzione sul versante polacco di un muro alto oltre cinque metri e lungo 186 chilometri.
