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Politica estera

L’Iran reprime uno dei pochi lussi rimasti ai giovani: i caffè

Nelle ultime settimane, la polizia ha chiuso decine di caffè, spesso citando leggi che impongono alle donne di indossare il velo in pubblico. Gli esperti affermano che le chiusure fanno parte di un tentativo di controllare lo spazio pubblico

Un caffè a Teheran
People sit at an alfresco dining area of a cafe at the Iran Mall shopping center in Tehran, Iran, Thursday, July 30, 2026. (AP Photo/Vahid Salemi)

I giovani iraniani sono dilaniati da una crisi economica lacerante e da una guerra estenuante. Si sono così aggrappati a un lusso che li aiuta a sentirsi normali in tempi anormali, frequentare i caffè con gli amici. Un’evasione, l’unica, un rifugio. Luoghi di ritrovo misti, donne senza velo, caffè consumati in tranquillità hanno irritato le autorità. Lì, tra amici, si può ancora assaporare un frammento di vita normale. Il governo ha faticato a contenere i drastici cambiamenti nella società iraniana negli ultimi quattro anni e ora l’ultimo passo è reprimere l’unico lusso rimasto ai suoi giovani: i caffè. Nelle scorse settimane, la polizia ne ha chiusi a decine, spesso citando leggi che impongono alle donne di indossare il velo in pubblico. La repressione si è estesa a diverse città del Paese. Gli esperti affermano che le chiusure fanno parte di un tentativo di controllare lo spazio pubblico: le autorità guardano con sospetto agli assembramenti spontanei. Le donne in Iran non indossano quasi più il velo e alcuni clienti consumano persino alcolici di nascosto, comportamenti entrambi proibiti nel Paese. Il regime ha organizzato manifestazioni notturne a favore del governo, che servono sia a rafforzare la narrazione di un ampio consenso popolare sia a dissuadere i dissidenti dal protestare. Ma evidentemente non basta. Per giustificare la chiusura dei caffè sono stati citati dal regime “il mancato rispetto dell’obbligo del velo”, “la condotta socialmente e moralmente riprovevole”, “il mancato rispetto dei valori islamici” e “la violazione delle norme”. Frequentare i locali con i propri amici è spesso una via di fuga dalle restrizioni familiari e sociali, sia un rifiuto dell’ideologia governativa, secondo gli esperti.“I caffè vengono chiusi a causa della folla che si raduna fuori nel pomeriggio”, ha detto Mona, un’artista di 36 anni di Teheran al New York Times. “Le autorità - ha aggiunto - sembrano pensare che si tratti di una sorta di manifestazione di protesta, quando in realtà è solo un gruppo di giovani donne e uomini dall’aspetto un po’ diverso da quello a cui i funzionari sono abituati, che si ritrovano insieme”. I giovani spesso lì consumano alcol, questa azione nel Paese è punibile addirittura con la fustigazione. Haleh Mir Miri, autrice e ricercatrice canadese che ha scritto un libro sulla cultura dei caffè in Iran, ha affermato: “Attraverso la cultura dei caffè, le persone possono immaginare e inventare altri modi di vivere e di essere”, ha spiegato. “Per un governo totalitario abituato a omogeneizzare la vita delle persone, questo è intrinsecamente pericoloso”. Il motivo della decisione del governo? Il regime degli ayatollah è spaventato da possibili nuove rivolte interne.Nell’estate del 2022, il presidente Ebrahim Raisi represse duramente le donne che non rispettavano l’obbligo del velo. Le autorità effettuarono arresti violenti e una ragazza di 22 anni, Mahsa Amini, morì in custodia dopo essere stata fermata dalla polizia morale e picchiata senza pietà. Da questo tragico evento scaturirono proteste di massa che sfociarono nel movimento “Donna, Vita, Libertà”, manifestazioni oceaniche che videro scendere per strada per protestare anche gli uomini al fianco delle loro fidanzate, sorelle, amiche. Il movimento scosse l’Iran per mesi e rappresentò un punto di svolta per molte donne del paese, che si ribellarono in maniera massiccia alla teocrazia liberticida. Le manifestazioni sono state descritte dal Guardian come la minaccia maggiore al governo dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979.“Donna, Vita, Libertà” è diventato uno slogan. E’ stato dapprima scandito ai funerali di Amini a Saqqez e poi è risuonato nelle iniziali manifestazioni a Sanandaj dopo il funerale. Il 21 settembre è stato urlato dagli studenti dell’Università di Teheran e nei giorni successivi da dimostranti in tutto il Paese. E’ stato anche usato nelle parole finali della canzone Baraye (in italiano “Per”) di Shervin Hajipour, che è stato arrestato dalla polizia il giorno dopo del successo mondiale del brano. La canzone Baraye è stata cantata poi nelle proteste globali collegate all’Iran il 1º ottobre 2022, in circa 150 città del mondo. Da allora, in Iran sempre più donne mostrano i loro capelli in pubblico e indossano abiti attillati. Finora, il governo del presidente Masoud Pezeshkian sembra essersi astenuto dall’arrestare donne per non aver indossato il velo, questo solo perché la Repubblica islamica teme una sollevazione di massa, l’ultima. Che questa volta potrebbe essere fatale per il regime.

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