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Politica estera

L’Islanda sceglie se aderire all’Ue (ma la pesca può battere il “Sì“)

Oggi i risultati. Testa a testa tra gli schieramenti

Icelandic Prime Minister Kristrún Frostadóttir, center, smiles while speaking with a voter at Álftamýrarskóli polling station in Reykjavik, Iceland, Saturday, Aug. 29, 2026.(AP Photo/Marco Di Marco)

Un’isola con meno di mezzo milione di abitanti sulla via di accesso al Circolo Polare Artico. Eppure, in questo ultimo fine settimana di agosto, gli occhi del mondo (Europa in primis) sono rivolti verso questo remoto angolo di mondo che si appresta a prendere una decisione importante.Gli abitanti dell’Islanda sono stati chiamati alle urne per esprimere con il voto se l’isola artica debba o meno riprendere i negoziati di adesione all’Unione Europea. Fino alla vigilia, i sondaggi mostravano una campagna elettorale molto combattuta con un lieve vantaggio per il fronte del Sì che però sembra essersi progressivamente ridotto e in alcuni (pochi) casi ribaltato. L’unica dato certo tra i vari sondaggi è la distanza minima tra i due campi, entro il margine di errore. Gli analisti hanno stimato una maggiore propensione al Sì a Reykjavik e nell’area attorno alla capitale, mentre il No nelle zone rurali a più alta tradizione agricola e ittica.Il tema è da sempre molto sentito dagli islandesi, come testimoniato dalle oltre 40mila persone che al 26 agosto si erano già espresse attraverso il voto anticipato aperto a fine luglio. Ma la storia delle relazioni tra Islanda e Ue non è semplice.I primi negoziati furono aperti nel 2009 in piena crisi economica globale e si arrivò al completamento di 11 capitoli su 33, prima del congelamento nel 2013 in seguito alla vittoria elettorale del Partito Progressista e del Partito dell’Indipendenza (entrambi euroscettici). L’ipotesi di un referendum consultivo sulla ripresa dei negoziati restò a lungo solo sulla carta, fino al 2024 quando la premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir avanzò l’idea di un referendum non vincolante. Sotto il peso della guerra dei dazi e delle ripetute minacce di Trump sulla Groenlandia, il governo islandese anticipò la data della consultazione. Sulla carta solo i socialdemocratici e il Partito Riformista (liberale) sostengono la ripresa dei negoziati, mentre gli altri partiti sono contrari o neutrali.L’Islanda è membro della Nato e aderisce sia allo spazio Schengen sia all’area economica della Ue. Una vittoria del Sì non implica un’automatica adesione alla Ue, cosa che dovrebbe essere confermata da un ulteriore referendum al termine dei negoziati. Per il fronte del Sì, una futura adesione consentirebbe una maggiore stabilità della moneta e un sostegno politico europeo viste le crescenti mire di Stati Uniti e Russia nell’Artico. Il fronte del No, invece, sostiene la difesa della sovranità nazionale finanziaria e della propria economia dalle interferenze delle regole di Bruxelles. Se vincesse il No, un’adesione alla Ue sarebbe rinviata di diversi anni.Ma il vero nodo cruciale di questo referendum (e di qualunque futuro negoziato) è il dossier ittico. La pesca rappresenta l’8% del pil nazionale e nel 2025 i prodotti ittici hanno coperto il 38,9% di tutto l’export islandese. Il paese nordico, ed è la posizione condivisa da tutti i partiti, rivendica il diritto a determinare le regole di sfruttamento dei bacini di pesca e un primato degli interessi nazionali sulle aree vicine all’isola. Nell’ultimo dibattito nazionale, la premier Frostadóttir si è detta pronta ad abbandonare i negoziati se tali obiettivi fossero irraggiungibili. Il voto vuole quindi chiedere agli islandesi se intendono vedere fino dove si spingeranno le concessioni europee per un’eventuale adesione dell’isola alla Ue.


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