Negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran al bivio. I colloqui tra Washington e Teheran sarebbero infatti ostacolati da una lotta tutta interna al regime degli ayatollah. Da una parte, scrive in queste ore il Wall Street Journal, i leader civili che puntano a ottenere i miliardi di dollari in beni congelati in Qatar al fine di alleviare le sofferenze economiche della popolazione. Dall’altra, i funzionari militari (leggasi i Guardiani della Rivoluzione), appoggiati da alcuni tra i più influenti esponenti religiosi iraniani, che invece intendono mantenere a qualsiasi costo il pieno controllo dello Stretto di Hormuz e stabilire un sistema di pedaggi “per arricchire le forze armate del Paese e dominare la mappa della sicurezza della regione”.
Stando a quanto riferito dal quotidiano americano, i pasdaran avrebbero comunicato ai mediatori la loro intenzione di chiudere nuovamente lo Stretto qualora non dovessero riuscire ad ottenere garanzie sul controllo esclusivo di Hormuz durante i colloqui di Doha (discussioni che non dovrebbero contemplare incontri diretti tra Washington e Teheran e che arrivano dopo quattro giorni di attacchi e ritorsioni nell’area). Una seconda richiesta che gli oltranzisti iraniani avrebbero avanzato riguarderebbe la rinuncia da parte di Stati Uniti ed altri Paesi a progetti di navigazione nella parte meridionale del canale di navigazione strategico, vicino all’Oman.
Le priorità divergenti dei due gruppi in seno al regime degli ayatollah sembrano mandare in stallo le prospettive di pace nella regione rendendo evidente come la firma a metà giugno dell’accordo di pace provvisorio abbia lasciato irrisolte molte questioni. Il tutto mentre incombono i funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, previsti per il 4 luglio, durante il quale si potrebbero intravedere i nuovi assetti della Repubblica Islamica e avere indizi sulla fazione predominante a Teheran.
Intanto, dunque, più che sul programma nucleare iraniano, oggetto al centro di una partita diplomatica pluridecennale, l’attenzione dell’amministrazione Trump e della comunità internazionale ruota attorno allo Stretto. Gli esperti spiegano che per i pasdaran, Hormuz è il modo più efficace per mantenere il controllo dei negoziati e per dettare legge sia con con gli Stati Uniti che a livello interno (nonostante il libero passaggio attraverso queste acque sia l’elemento più importante dell’accordo di pace preliminare). Funzionari iraniani hanno dichiarato di recente che attraverso i pedaggi nello Stretto, Teheran potrebbe incassare 40 miliardi di dollari all’anno. Un gettito che, come anticipato, per i Guardiani della Rivoluzione avrebbe la priorità sui fondi congelati in Qatar.
Proprio su un possibile piano di pedaggi per il transito nell’imbuto strategico ha riferito nelle scorse ore il New York Times. Una fonte iraniana e quattro diplomatici a conoscenza del dossier, scrive il quotidiano statunitense, hanno affermato che anche l’Oman, dirimpettaio dell’Iran e sulla carta alleato di Washington, starebbe premendo assieme a Teheran per un sistema che preveda la riscossione di pagamenti per le navi che passano attraverso lo Stretto. Secondo le fonti della Signora in grigio, Muscat avrebbe presentato agli Stati Uniti e ad altri alleati occidentali una proposta formale in tal senso che però contemplerebbe “tariffe volontarie” e non un pedaggio obbligatorio (un sistema simile a quello in vigore nello Stretto di Malacca e a Singapore). L’ipotesi di una tassa volontaria sarebbe però stata smentita dal funzionario iraniano consultato dal New York Times.
La storica neutralità dell’Oman è messa a dura prova dagli ultimi eventi in Medio Oriente. A maggio, dopo che erano emerse indiscrezioni su una possibile collaborazione tra Teheran e Muscat sullo Stretto, Trump ha minacciato di bombardare il Sultanato. Lunedì il viceministro degli Esteri iraniano ha dichiarato che la priorità per il regime islamico è raggiungere un accordo con l’Oman, salvo poi precisare che in assenza di un’intesa, l’Iran procederà autonomamente.
Un progetto che difficilmente potrà essere accettato da Washington. A chiarirlo una volta di più anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio, il quale ha affermato che “dobbiamo riportare lo Stretto all’aspetto che aveva prima del conflitto”.