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Politica estera

Medici in fuga, farmaci introvabili: la sanità di regime a pezzi

Personale sanitario malpagato. Camici bianchi scesi da 106mila a 75mila in tre anni

Il reparto dell'ospedale dell'Avana "Hermanos Ameijeiras", dove � appena arrivato Alessandro Di Battista, Avana, 29 agosto 2026. ANSA/Ana Laura Arbes�

Per decenni, in Italia e in Europa, Cuba è stata il santino della sinistra: medici ovunque, mortalità infantile da Paese ricco, cure gratuite all’avanguardia. Il regime ha venduto quel racconto al mondo e molti lo hanno ripetuto senza mai visitare un ospedale di provincia, ma i numeri che L’Avana stessa non riesce più a nascondere lo smentiscono. Nel 2018 l’isola caraibica vantava 4 morti infantili ogni mille nati vivi. Nel 2025 la stessa statistica ufficiale è salita a 9,9 e, nella capitale L’Avana, addirittura a 14,2. La sopravvivenza dei bambini con tumore è crollata dall’85% al 65% e, degli oltre 96mila cubani che aspettano un intervento, 11mila sono minori. 32mila donne incinte non hanno più le tre ecografie previste dalla legge, mentre cinque milioni di malati cronici rischiano l’interruzione delle terapie. L’Onu ha contato più di 16mila pazienti in attesa di radioterapia e 12mila di chemioterapia. Nelle farmacie di Stato manca il 70-80% dei farmaci essenziali e, dei 395 medicinali prodotti sull’isola, circa 300 sono introvabili, dagli oncologici agli anticoagulanti, dagli antistaminici agli psicofarmaci. Il paracetamolo si compra al mercato nero a prezzi che un medico di Stato, che guadagna tra i 13 e i 16 euro al mese, non può pagare. I macchinari cadono a pezzi: su 78 Tac registrate a Cuba, 37 sono rotte, mentre, su 21 risonanze, 10 non funzionano. Poi c’è il problema della luce, con blackout che durano giorni e, già 6 volte quest’anno, hanno lasciato al buio il 70% dell’isola. Gli ospedali, nonostante i generatori, sono senza corrente stabile per incubatrici, dialisi, sale operatorie e catene del freddo per i vaccini. Le ambulanze restano senza carburante, mentre i rifiuti non raccolti moltiplicano i virus della dengue e della chikungunya. I medici, pagati come camerieri, sono costretti quando restano ad «arrangiarsi» con quello che c’è.

Il personale sanitario, infatti, è in fuga. Tra il 2021 e il 2024, i medici registrati dall’ufficio statistico sono scesi da 106mila a 75mila. Almeno il 30% degli operatori sanitari ha lasciato il sistema e, mentre gli ospedali di provincia chiudono ambulatori, lo Stato continua a esportare decine di migliaia di camici bianchi. Del resto, è la prima fonte di valuta del regime, stimata in oltre 4 miliardi di dollari l’anno. I Paesi che li ricevono, come un paio di regioni italiane, pagano migliaia di dollari a testa, ma al medico arriva una frazione, mentre fino all’85% viene trattenuto da L’Avana. Human Rights Watch, Prisoners Defenders e la Commissione interamericana dei diritti umani parlano di lavoro forzoso.

Certo, l’embargo statunitense esiste, con le sanzioni che complicano la vita a banche, navi, pezzi di ricambio e qualsiasi tecnologia con più del 10% di componenti Usa, e la stretta petrolifera americana del 2026 ha accelerato i blackout, ma cibo e medicine sono esentati. Quello che l’embargo non spiega è la scelta, decennale, di investire negli alberghi di lusso più che negli ospedali, di tenere i medici a stipendio da fame, di mantenere una medicina a due velocità cliniche per turisti e nomenclatura, reparti al buio per tutti gli altri e di gonfiare per anni le statistiche riclassificando morti neonatali come decessi fetali tardivi per tenere in vita il «miracolo». Già prima del 1959 Cuba aveva la mortalità infantile più bassa dell’America Latina, ma la narrativa della sinistra ha cancellato anche quello. Nel 2025 i decessi sono stati il doppio delle nascite: 136mila contro 68mila. Dal 2020 è emigrato fino a un quarto della popolazione. No, il mito sanitario di Cuba non è crollato a causa di Washington, ma perché un sistema che esporta medici e propaganda non riesce più a curare neanche i propri malati.

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