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Politica estera

Meno libertà e più sicurezza: l’anima sepolta sotto la paura

Il “Patriot Act” doveva essere temporaneo, è ancora in vigore. Travolgendo un’idea di nazione

FILE - Rubble and ash fill streets in Lower Manhattan after two hijacked airliners crashed into the World Trade Center’s twin towers, causing both towers to collapse, Sept. 11, 2001, in New York. (AP Photo/Boudicon One, File)

L’ultima vittima era solo un’idea e la possiamo battezzare Thomas Jefferson. Le altre 2.977, quelle reali, sono finite in fumo o si sono lasciate cadere senza speranza dalle torri o sono morte dopo giorni di tormenti. Nessuna di loro vale meno di un’idea, di un principio, ma dopo 25 anni non possiamo non ricordare che il pensiero dei padri della Costituzione americana, Jefferson e gli altri, è stato seppellito sotto una coltre spessa e inesauribile di paura. Sono passati 44 giorni dall’undici settembre del 2001 e il Senato degli Stati Uniti approva il Patriot Act con novantotto voti a favore e uno contrario. Solo uno. Il giorno dopo il presidente firma. Quel testo è lungo centinaia di pagine che quasi nessuno, in quell’aula, ha letto. Non è pigrizia. È qualcosa di peggio, ed è il vero motore di questa storia: in quelle settimane studiare e leggere significava esitare, sembrare tiepidi. Alla Camera i pochi contrari nel campo repubblicano furono tre, e uno era un medico del Texas che si chiamava Ron Paul. Sono le uniche persone che quel giorno hanno fatto il loro mestiere, che consiste nel valutare le leggi prima di votarle, e per anni sono stati considerati stravaganti.

Chi scrisse quella legge sapeva benissimo che stava esagerando, tanto è vero che ci mise dentro le clausole di scadenza. Sedici disposizioni, le più invasive, dovevano decadere automaticamente il 31 dicembre 2005. Era la formula rassicurante di ogni emergenza: adesso serve, poi si vedrà. Il guaio è che quasi sempre l’emergenza diventa quotidianità. Nel 2006 quattordici di quelle sedici disposizioni sono diventate permanenti, e alle altre due è stata data una proroga. Uno dei pochi che provò a impedirlo, il vecchio senatore Robert Byrd, disse una cosa che vale la pena rubare: l’erosione della libertà non arriva quasi mai come un assalto frontale.

Ron Suskind l’ha chiamata la dottrina dell’uno per cento, e l’attribuisce all’amministrazione Bush: se esiste anche solo l’un per cento di possibilità che il sospetto sia fondato, trattalo come una certezza e colpisci.

Il diritto penale liberale poggia su un principio scomodo e magnifico: meglio dieci colpevoli liberi che un innocente condannato. È un principio inefficiente, costoso, e ogni volta che qualcuno muore sembra un lusso da azzeccagarbugli, ma è esattamente ciò che separa uno Stato di diritto da un apparato di sicurezza. La dottrina dell’uno per cento dice il contrario: meglio novantanove innocenti dentro che un colpevole fuori. Una frase così, pronunciata una volta ad alta voce, non si ritira più. Diventa metodo. A Guantanamo gli interrogatori più duri presero un nome tecnico, ebbero un protocollo, dei tempi, un numero massimo di ripetizioni. Poi tutto questo è sceso nel quotidiano, che è il posto dove le leggi diventano abitudini. Qui il rovesciamento si è tradotto in una faccenda semplicissima: non è più lo Stato che deve provare che tu sei colpevole, sei tu che devi dimostrare ogni giorno di non essere sospetto. Al varco, allo sportello, alla frontiera, davanti al lettore biometrico. Nessuno ti accusa di niente. Ti chiedono soltanto di provare, ogni volta, di essere quello che dici di essere.

Chi è nato dopo trova tutto naturale, ed è la parte più difficile da spiegare a un venticinquenne: che è esistito un mondo in cui nessuno ti chiedeva nulla, e non era considerato un mondo pericoloso. Era considerato semplicemente casa. La paura poi ha cambiato indirizzo. È successo l’inevitabile, l’apparato costruito contro il nemico esterno non è stato smontato quando il nemico esterno è finito. È stato girato verso l’interno. Nel 2013 gli americani hanno scoperto che i loro tabulati telefonici venivano raccolti in massa, e lo scandalo è durato una stagione. Poi ci si è abituati anche a quello. Il 4 luglio 2025 il Congresso ha stanziato circa centonovantuno miliardi di dollari per il Dipartimento della Sicurezza Interna, un terzo dei quali per il confine, e i fermi alla frontiera messicana sono crollati da quattromila al giorno a poco più di trecento. Il muro funziona.

Lo sappiamo da allora: il muro è sicurezza e il non muro è libertà, ma il muro serve appunto a difendere la libertà, e tutto questo è davvero un bel dilemma. Si possono aprire le porte a chi corrode la tua identità? Forse sì, ma solo fino a quando non hai paura. Quel dilemma oggi non esiste più, e questa è la vera notizia del venticinquesimo anniversario. È scaduto. L’America ha scelto. Benjamin Franklin scrisse che chi rinuncia alla libertà essenziale per comprare un po’ di sicurezza temporanea non merita né l’una né l’altra. È una frase che gli americani si ripetono da due secoli e mezzo con l’orgoglio con cui si recita un versetto. Solo che adesso nessuno ci crede più.

Cento milioni di americani sono nati dopo l’11 settembre 2001.

Non hanno ceduto niente, perché non hanno mai posseduto ciò che è stato ceduto. Per loro non è un baratto: è il mondo. Lo scambio è finito.

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