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Politica estera

Midterm, Donald sborsa 400 milioni

Il presidente, in difficoltà, tenta il tutto per tutto e investe parte del suo patrimonio per frenare l’avanzata dem

TOPSHOT - US President Donald Trump waves as he walks off stage after speaking at a midterm campaign rally at Pitt-Greenville Airport in Greenville, North Carolina, on October 20, 2026. (Photo by Kent NISHIMURA / AFP)

A meno di due settimane dall’Election Day del 3 novembre, l’Onda Blu (il colore dei Democratici) che potrebbe spazzare via l’attuale maggioranza repubblicana al Congresso è possibile, ma tutt’altro che certa. Se i sondaggi sembrano puntare tutti in un’unica direzione, sono ancora tante le variabili in gioco. Una media delle rilevazioni elaborata da Nbc News assegna al partito di opposizione il 52% di probabilità di assumere il controllo di entrambe le Camere. Secondo la piattaforma di previsioni Polymarket, i Democratici hanno il 92% di probabilità di vincere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, dove devono mantenere tutti i loro attuali 214 seggi e strapparne 3 ai Repubblicani. Decision Desk HQ assegna invece ai Dem il 72% di probabilità di vittoria. Per il Senato, la battaglia si fa più serrata. In gioco ci sono 35 seggi, sui 100 complessivi (a ogni ciclo elettorale si rinnovano un terzo dei seggi).

Per ribaltare l’attuale maggioranza, i Democratici devono strappare quattro seggi ai Repubblicani. Il percorso più agevole appare al momento quello che passa per North Carolina, Maine, Ohio e Alaska, anche se i Dem hanno buone possibilità, stando ai sondaggi, di conquistare tre roccaforti repubblicane: Kansas, Iowa e Texas. Di nuovo, Polymarket assegna ai Dem il 65% di possibilità, mentre il margine previsto da Decision Desk HQ è del 56%. È in questo contesto che si muove l’incognita Trump. Il presidente è da settimane impegnato in un intenso tour elettorale nei Red States, gli Stati repubblicani, avendo abbandonato da subito l’idea di potere incidere negli Stati in bilico. L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato due giorni fa mostra che il suo tasso di approvazione è sceso al 31%, il livello più basso mai registrato in entrambe le sue presidenze. Un dato che trova riscontro nelle percentuali con cui il nome del tycoon compare negli spot elettorali dei vari candidati del suo partito: appena il 24%. È il segnale di una presa di distanze di chi si trova sul terreno, lontano dai fasti di Washington e Mar-a-Lago, ad affrontare un elettorato deluso e arrabbiato per il carovita, l’inflazione e i prezzi fuori controllo dei carburanti dovuti alla guerra contro Iran. Eppure, il tycoon è convinto di potere ancora fare la differenza. «Fate finta che ci sia il mio nome sulla scheda», continua a ripetere nei comizi in cui cerca di mobilitare la sua base Maga, forse non sufficiente per vincere il 3 novembre, ma necessaria per contenere le perdite entro margini accettabili. Il tutto accompagnato da quella che si potrebbe definire una «strategia del terrore», con la quale Trump evoca lo spettro di «scenari francesi» in caso di vittoria democratica o rispolvera vecchie battaglie culturali contro il wokismo dei Democratici. Quanto all’economia, il presidente evita per lo più il tema, se non attribuendo le colpe alla passata amministrazione e ripetendo che la guerra in Medioriente «finirà presto». Gli strateghi repubblicani devono però avere compreso che la retorica potrebbe non bastare. Di qui, i recenti annunci del tycoon: i 5mila dollari per ogni americano in caso di vittoria; gli accordi con Vladimir Putin per abbassare il prezzo del diesel; gli 8 miliardi di dollari promessi agli agricoltori per contenere le perdite; i 400 milioni di dollari che ha promesso di utilizzare dal suo forziere elettorale personale, il Maga Inc, per sostenere i candidati del partito.

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