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Politica estera

Mladic, il diavolo di Srebrenica. “Ho protetto l’Europa dall’islam”

Condannato all’ergastolo per crimini di guerra ma eroe per molti serbi, è morto a 84 anni. Il “macellaio” si fece immortalare mentre distribuiva caramelle ai bambini, uccise e gettò nelle fosse comuni 8mila bosniaci

In una foto del'8 giugno 2021 l'ex comandante dei serbo bosniaci Ratko Mladic durante un'udienza del processo davanti al tribunale Tribunale Criminale Internazionale a La Hague, 26 agoato 20267. ANSA/PETER DEJONG / POOL

Mimetica e collo taurino, il generale Ratko Mladic è incollato a un binocolo sulla prima linea della battaglia che spazzerà via Goradze, enclave musulmana in Bosnia, provocando i primi raid aerei occidentali nel 1994. Al suo fianco un carro armato punta il cannone sulla cittadina avvolta dalle nuvole di fumo delle granate. Mladic, noncurante della presenza mia e di altri giornalisti, ordina di far fuoco. Il tank erutta una fiammata e il colpo sibila nell’aria sbriciolando, dopo pochi secondi, il minareto di una moschea. A 84 anni, il boia di Srebrenica e Sarajevo, eroe per molti serbi, si è spento in un ospedale dell’Aja, dopo essere rimasto, fino all’ultimo, dietro le sbarre del carcere internazionale nei Paesi Bassi a scontare l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e di guerra. Un ictus lo aveva colpito lo scorso aprile, ma era ridotto male da tempo. Ratko, che significa «piccolo guerriero» nasce nel 1942 in un minuscolo villaggio bosniaco a sud di Sarajevo. Suo padre, partigiano di Tito, viene ucciso dagli ustascia croati due anni dopo. Orfano di guerra si arruola nell’esercito jugoslavo diventando un fervente ufficiale comunista, che si schiera subito con i serbi al crollo della Jugoslavia.

Da Knin nell’entroterra dalmata dove ha il grado di colonnello del IX Corpus della Jna, l’Armija popolare jugoslava, marcia su Sarajevo. Promosso generale guida 80mila serbo-bosniaci appoggiati da Belgrado durante l’assedio e la spaventosa guerra etnica. Sguardo di ghiaccio viene acclamano dai suoi uomini come «duce» della Grande Serbia. A colpi di granate e cecchini, che stritolano Sarajevo, diventa ben presto il «macellaio» della Bosnia per i musulmani bollati dal generale come «turchi». Tutte le etnie avevano le mani sporche di sangue nel carnaio bosniaco, ma i serbi facevano fotografare i prigionieri emaciati nei campi di concentramento, dietro il filo spinato, dove subivano torture e violenze sessuali.

Mladic conquista l’appellativo di «boia» con la sacca di Srebrenica e Zepa, enclave musulmane nella Repubblica Srpska. I pochi caschi blu olandesi non riescono a evitare il massacro. Ottomila ragazzi, combattenti e anziani fatti prigionieri subito dopo la resa o durante una drammatica fuga nei boschi vengono brutalmente passati per le armi e sepolti in fosse comuni. Terribile l’immagine di Mladic che distribuisce caramelle ai più piccoli, attorno alla base dell’Onu e accarezza la testa di un bambino terrorizzato garantendo che andrà tutto bene. Non dimenticherò mai, nel 1996, la scoperta della prima fossa comune di Srebenica. Centocinquanta metri cubi di ossa, vestiti intrisi di fango e carne putrefatta. Il vero pugno allo stomaco sono i corpi avvinghiati nel terriccio di una madre con suo figlio. I polsi sono legati con il filo di ferro, come gli infoibati italiani scaraventati nella cavità carsiche dai partigiani di Tito. Dopo l’accordo di pace di Dayton, il generale si annida nel suo quartier generale durante la guerra, il bunker atomico di Han Pijesak, voluto da Tito nel cuore della Bosnia. Il tribunale internazionale de L’Aja, per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia, emette un mandato di cattura. Dopo 16 anni di latitanza, il generale viene arrestato nel 2011, a casa di un parente, vicino alla capitale serba.

Durante il processo a L’Aja non si pente mai e dichiara di avere combattuto «per proteggere l’Europa dall’Islam». Alla lettura della condanna all’ergastolo urla che sono «tutte bugie». I nazionalisti e i veterani della guerra in Bosnia continuano a considerarlo un patriota. A Belgrado ci sono ancora murales in suo onore e si vendono gadget del generale. Alle porte di Sarajevo, appena entrati nella Republika Srpska, campeggia una targa in ricordo di Mladic, morto dietro le sbarre da criminale di guerra.

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