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Politica estera

“Mladic? Merita tutti gli onori”. Adesso Belgrado rischia l’Europa

Il macellaio di Srebrenica sarà salutato come un eroe. Bruxelles: “Chi lo glorifica non entra nell’Ue”

A boy salutes in front of poster of former Bosnian Serb wartime general Ratko Mladic, outside a church in Banja Luka, Bosnia-Herzegovina, Thursday, Aug. 27, 2026. (AP Photo/Radivoje Pavicic) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Gli 8mila bosniaci musulmani fatti sterminare a Srebrenica nel giugno 1995 dal generale Ratko Mladic sono solo l’ultimo scampolo di un eccidio iniziato a Sarajevo nel 1992 e consumatosi ai quattro angoli dei Balcani. Proprio per questo il generale, condannato per genocidio e crimini di guerra è morto in solitudine, giovedì scorso, nella cella dell’Aja in cui scontava l’ergastolo.

Eppure come spiega il ministro della giustizia serbo Nenad Vujic il generale verrà riportato a Belgrado e sepolto con «tutti gli onori militari e di Stato che gli spettano». Un annuncio in piena sintonia con il sentimento di larga parte dell’opinione pubblica serba pronta a glorificare il generale e celebrarlo come un eroe della patria. Ma anche un annuncio che rischia di pregiudicare l’entrata di Belgrado nell’Unione Europea. «Qualsiasi glorificazione - si affrettano a spiegare i portavoce Ue - è in contrasto con i più fondamentali valori europei e non ha posto né nell’Unione europea, né nei Paesi candidati».

Per capire, pur senza giustificare, questo paradosso bisogna ripercorre i capisaldi

dell’epica e del sentimento nazionale serbo. Un’epica e un sentimento che affondano le loro radici in quella Piana dei Merli (Kosovo Polje) dove il 28 giugno del 1389 la cavalleria del principe serbo Lazar si sacrifica per fermare l’avanzata delle truppe ottomane del sultano Murad. Da allora l’olocausto di Lazar (poi santificato dalla chiesa serbo ortodossa) e dei suoi cavalieri è il mito fondante dell’epica serba. Un’epica in cui i discendenti di Lazar sono gli incompresi guardiani di un’Europa minacciata dall’avanzata musulmana.

Guardiani ignorati e spesso traditi dalle altre nazioni incapaci, nella lettura serba, di comprenderne lo spirito d’abnegazione, le doti guerriere e la vocazione al martirio. Sentimenti rievocati anche nei capitoli di «Migrazioni», il capolavoro dello scrittore serbo Milo Crnjanski in cui i protagonisti vivono un sentimento di smarrimento per l’incapacità dell’impero austro-ungarico di percepirne la condizione d’incompresi e diseredati servitori.

Sentimenti subito rilanciati in salsa politica dall’ex premier e campione del nazionalismo serbo Aleksander Vulin pronto a dichiarare

ieri che «i migliori serbi da Gavrilo Princip a Ratko Mladi, vengono uccisi in catene». Sentimenti difficilmente accettabili nel resto d’Europa, ma sempre ben saldi nella memoria serba. Non a caso il 28 luglio 1989, esattamente seicento anni dopo il sacrificio di Lazar, l’allora presidente Slobodan Milosevi (inquisito anche lui per crimini di guerra) sceglie la Piana dei Merli per chiamare a raduno un milione di compatrioti e incitare il popolo serbo a combattere «nuove battaglie».

Da lì scatta la scintilla che porta la Serbia a tentar d’impedire la secessione di Slovenia, Croazia e Bosnia dalla Federazione jugoslava. Un crogiolo di sangue e orrori in cui, come evidenziano le sentenze dell’Aja nessuno dei protagonisti - croati, serbi e bosniaci - risparmia crimini e massacri. Ma in quel terribile crogiolo il generale Mladi, autoproclamato difensore dell’identità serba, è l’indiscusso principe degli orrori. Tanto da venir ricordato dal resto d’Europa come il «Macellaio dei Balcani».

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