Un quarto di secolo dopo, l’11 settembre sembra dividere la politica americana.
Non perché i Democratici mettano in discussione la natura terroristica degli attentati del 2001, ma perché una parte della sinistra americana sembra giudicare quell’evento soprattutto attraverso ciò che gli Stati Uniti hanno fatto dopo.
Il caso più evidente arriva dal Michigan, dove il candidato democratico al Senato Abdul El-Sayed è finito nel mirino dei Repubblicani per i suoi rapporti con Hasan Piker, il popolare commentatore che nel 2019 disse che «l’America meritava l’11 settembre».
La frase appartiene a Piker, non a El-Sayed, che l’ha poi definita una dichiarazione stupida e ha detto esplicitamente di non ritenere giustificati gli attentati. Ma la polemica non si è esaurita: proprio in questi giorni, i Repubblicani stanno trasformando quella vicenda in un’arma elettorale contro quel candidato democratico.
Il motivo per cui il caso è politicamente interessante va però oltre la campagna del Michigan. In un’intervista riemersa nelle ultime settimane, El-Sayed ha sostenuto che la risposta americana all’11 settembre ha lasciato ferite profonde nel mondo, quindi anche al di fuori degli Stati Uniti.
È una posizione diversa da quella con cui la politica americana aveva affrontato il terrorismo nei primi anni successivi agli attentati, quando la sicurezza nazionale e la guerra al terrorismo costituivano un terreno sul quale le principali forze politiche condividevano almeno alcune premesse fondamentali.
Per la generazione che visse l’11 settembre, il punto di partenza era la domanda su come difendere l’America da una minaccia terroristica senza precedenti. Per una parte della generazione politica successiva, il punto di partenza è diventato le guerre americane in Afghanistan, in Iraq e nel più ampio Medio Oriente.
Non è un giudizio favorevole al terrorismo, né una negazione delle vittime americane.
È una diversa interpretazione dell’eredità del 2001. Ma proprio questa differenza rischia di spaccare il Partito Democratico.
I Repubblicani lo hanno capito e stanno provando a riaprire una questione che sembrava appartenere alla storia.
Il caso El-Sayed offre loro l’occasione per chiedere se il Partito Democratico continui a considerare l’America come la vittima di un’aggressione oppure se abbia iniziato a considerare l’11 settembre come l’inizio di una stagione di errori americani.
È una domanda che i Democratici non possono lasciare nelle mani degli avversari ma il vuoto di leadership rende la risposta ancora più difficile.
Se i Repubblicani possono affidare a Trump la definizione della propria lettura dell’America e della sua storia recente, i Democratici non hanno ancora una figura in grado di stabilire quale debba essere la sintesi tra la tradizione patriottica del partito e la critica progressista all’eredità delle guerre successive all’11 settembre.
La questione non è più soltanto ricordare che cosa accadde quel giorno.
È decidere che cosa quel giorno debba significare per l’America di domani. E proprio su questa domanda il Partito Democratico appare privo di una risposta comune.
