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Trump azzoppa i suoi cavalli. L’ultimo è Bibi

Il paradosso è che il presidente Usa grida ai brogli in tutte le elezioni che in un modo o nell’altro lo vedono sconfitto ma non azzarda neppure una velata critica sulle vittorie di Vladimir Putin

President Donald Trump dances during a campaign rally at Crossroads Arena Monday, Oct. 26, 2026, in Corinth, Miss. (AP Photo/Jeff Roberson) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Sicuramente né il presidente brasiliano Lula, né gli studenti serbi possono essere considerati degli estimatori di Donald Trump. Ricambiati. Eppure hanno vinto le elezioni nei loro Paesi. Era successo nei mesi scorsi pure all’ungherese Magyar che aveva sconfitto Orbán, altro beniamino di The Donald, e al nuovo presidente portoghese, il socialista Antonio José Seguro. L’astro nascente della fedele Inghilterra, Andy Burnham, non ha vinto le elezioni ma con l’inquilino della Casa Bianca ha lo stesso rapporto burrascoso che aveva il suo predecessore Keir Starmer, che invece le aveva vinte. Prima ancora erano stati premiati dagli elettori il canadese Mark Carney e il tedesco Friedrich Merz che, anche se sconfitto in qualche Land, continua a essere cancelliere a Berlino: entrambi non hanno mai nascosto una certa allergia nei confronti dei modi trumpiani. Con le sue pretese sulla Groelandia, il tycoon ha addirittura fatto filotto visto che si è messo contro i tre quarti dei partiti politici dell’isola. C’è anche chi gli addossa una percentuale di responsabilità nella sconfitta del governo Meloni sul referendum sulla giustizia. E ancora, siamo al capolavoro, Trump è riuscito a far tornare popolari in Iran pure gli ayatollah. Ebbene, se oggi in Israele perderà anche Benjamin Netanyahu, per il quale il presidente Usa si è speso fin troppo al punto da beccarsi un rimprovero dal presidente Isaac Herzog, è probabile che nelle prossime campagne elettorali i candidati di mezzo globo fuggiranno pur di evitare gli endorsement di The Donald. Né gli servirà la tradizionale contestazione dei risultati messa in piedi anche con Lula. Il paradosso è che il presidente Usa grida ai brogli in tutte le elezioni che in un modo o nell’altro lo vedono sconfitto ma non azzarda neppure una velata critica sulle vittorie di Vladimir Putin, che ha l’abitudine di mettere fuorilegge i partiti che gli danno fastidio alla vigilia del voto in Russia. Il problema non è che Trump, solare com’è, porti «sfiga», ma che la sua politica estera non solo ha isolato gli Stati Uniti ma ha reso antipatici e invisi nei rispettivi Paesi tutti i suoi alleati. Oggi per rialzarsi scommette su Netanyahu. Più che una mossa politica, un gioco d’azzardo.