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Vance contro Rubio: ecco come l’accordo sull’Iran divide i due uomini di Trump

Il memorandum apre 60 giorni di negoziati, ma divide i repubblicani e mette in gioco gli equilibri interni alla Casa Bianca

Vance contro Rubio: ecco come l’accordo sull’Iran divide i due uomini di Trump

Ora che i contenuti del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran sono stati diffusi e che il documento è stato firmato in forma digitale (il presidente americano Donald Trump ha apposto la sua firma sul documento durante la cena del G7 a Versailles), il contatore della diplomazia ha ripreso a marciare. L’obiettivo messo nero su bianco dai due storici nemici è quello di raggiungere un accordo definitivo in un massimo di 60 giorni (estendibili se entrambe le parti acconsentiranno, recita il terzo paragrafo del memorandum). Un arco di tempo entro il quale Washington e Teheran dovranno appianare una serie di punti rimasti irrisolti per anni. Se non decenni.

All’ombra della partita diplomatica dalla posta in gioco incalcolabile (“abbiamo rischiato il crollo dell’economia mondiale”, ha sottolineato Trump nelle scorse ore), ce n’è però un’altra tutta interna alla politica americana, ma tutt'altro che irrilevante, che vede il numero 2 della Casa Bianca, JD Vance, contrapporsi al segretario di Stato Marco Rubio. Il funzionario Usa più in vista in questa fase dei negoziati con il regime degli ayatollah è infatti proprio il vicepresidente, ex “guerriero” riluttante e scettico alla vigilia dell’operazione Epic Fury e ora chiamato a difendere i risultati diplomatici ottenuti dal dialogo con i pasdaran. Un ruolo che, come accennato, sembra contrapporsi a quello più defilato giocato da Rubio negli ultimi giorni.

L’incarico assegnato da Trump al suo vice ha posto l’ex senatore al centro del mirino degli strali dei falchi del partito, i quali hanno accolto con disappunto la notizia dell’intesa di Washington con Teheran. Alcuni critici dell’accordo hanno avvertito che la deterrenza americana contro l’Iran è ora più debole di quanto non lo fosse prima della guerra, perché la Repubblica Islamica è riuscita a sopravvivere all’attacco militare della superpotenza e del suo alleato israeliano. L’accordo “non dovrebbe essere accettabile per nessun conservatore che abbia a cuore il successo futuro dell’America”, ha tuonato il commentatore repubblicano Ben Domenech. Gli ha fatto eco Marc Thiessen (in passato autore dei discorsi di George W. Bush) che, criticando l’intesa, l’ha definita sprezzante il “piano di pace di Vance”.

E in effetti il vicepresidente, complice anche la pubblicazione del suo nuovo libro, è impegnato da giorni praticamente su tutti i media Usa a difendere il memorandum di Islamabad e a rispondere alle pesanti voci critiche che provengono dal Gop. “Vogliono che questa situazione continui finché non saranno state sganciate tutte le bombe, o finché non sarà morto ogni singolo iraniano: Non è quello che vuole il presidente degli Stati Uniti”, ha dichiarato Vance, martedì, riferendosi ai detrattori dell’intesa. Il vice di Trump ha affermato che il cambio di leadership a Teheran ha aperto la strada a nuove e più aperte conversazioni sulle relazioni future, aggiungendo che è possibile che un miglioramento dell’economia iraniana spinga Teheran ad adottare riforme politiche.

Le critiche di cui è oggetto Vance, che domani secondo i programmi dovrebbe partecipare in Svizzera alla cerimonia della firma ufficiale del memorandum, possono fare molto male all’autore di Elegia Americana. Allargando l’obiettivo, dalle sorti del negoziato con l’Iran dipendono infatti anche le sue aspirazioni presidenziali in vista delle elezioni per la Casa Bianca del 2028. “Le uniche persone che attaccano JD per questo sono quelle che non lo avrebbero comunque mai votato alle primarie”, ha affermato al Washington Post una fonte vicina all’amministrazione Usa.

Lo scontro in casa repubblicana potrebbe dunque favorire le chance politiche di Marco Rubio, il quale questa settimana ha accompagnato Trump al G7 in Francia ed è apparso, scuro in volto, al suo fianco. Il suo silenzio sul dossier iraniano è stato interpretato da più parti come espressione di un certo scetticismo rispetto alle prove di disgelo con il regime degli ayatollah. Sebbene tale versione non sia stata confermata, indiscrezioni giornalistiche hanno riportato i dubbi su alcuni aspetti del memorandum sollevati dal segretario di Stato e dal capo del Pentagono Pete Hegseth prima dell’approvazione del documento da parte di Trump.

Una chiave di lettura del basso profilo mantenuto da Rubio la fornisce l’opinionista Alex Griffing su Mediaite. Il segretario di Stato “se ne sta in disparte ad aspettare che l’accordo fallisca o che, una volta entrato in vigore, venga stroncato dalla schiera degli opinionisti conservatori”, scrive il commentatore secondo cui il fatto che Vance si sia legato così strettamente all’intesa rischia di attirargli non solo le critiche dei conservatori, come già sta accadendo, ma anche quelle di Trump nel caso in cui l’opposizione del partito repubblicano dovesse diventare ingestibile. Il presidente “darà la colpa a Vance quando il conflitto non si fermerà nel Golfo e in Libano”, si legge nel post di un esperto ricondiviso e commentato da Gregg Carlstrom, corrispondente dell’Economist dal Medio Oriente: “ecco perché nessuno ha sentito una parola da Rubio nelle ultime 48 ore. Il segretario di Stato più potente d’America dai tempi di Kissinger, eppure, nel momento stesso in cui l’accordo è firmato, è magicamente scomparso nel nulla”, scrive Carlstrom.

Insomma, a vederla così, sembra proprio che una pagina importante della prossima corsa alla Casa Bianca, come già successo nel 1980, verrà scritta più a Teheran che a Washington. E chi l’avrebbe mai detto che le primarie repubblicane potessero, di fatto, cominciare in Medio Oriente invece che nel solito Iowa.

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