Per capire che cosa può ancora nascondere la Francia sulla strage di Ustica bisogna cominciare da ciò che ha già detto. E che, in alcuni casi, gli accertamenti della procura di Roma hanno smentito. Parigi adesso promette di consegnare tutti i documenti ancora disponibili. Una svolta che potrebbe fermare la richiesta di archiviare l’inchiesta. Resta una domanda sospesa da decenni: perché alcune delle informazioni fornite dai francesi non reggono alla prova delle indagini?
Perché nella storia della strage di Ustica il problema con Parigi non è mai stato soltanto ciò che non sappiamo. È anche ciò che per anni ci è stato detto e che le indagini hanno successivamente messo in discussione. La svolta arriva alla vigilia dell’udienza davanti al gip che deve decidere su due fascicoli aperti contro ignoti. L’ambasciata francese ha comunicato alla Farnesina la disponibilità a trasferire la documentazione sulla strage del Dc9 Itavia, compresi atti del ministero della Difesa e materiale che potrebbe riguardare vecchie rogatorie. Parigi si dice disponibile anche a rispondere a nuove richieste. La documentazione sarebbe stata trasmessa dalla Farnesina, attraverso Palazzo Chigi, al ministero della Giustizia e quindi alla procura. Una novità tale che i pm potrebbero ritirare la richiesta di archiviazione.
Sarebbe un rovesciamento. Perché proprio la procura, al termine di una lunghissima indagine, aveva chiesto di chiudere il fascicolo senza essere riuscita a dare un nome agli autori dell’abbattimento. Non perché nulla fosse emerso. Al contrario. L’indagine bis ha consolidato, secondo la ricostruzione contenuta negli atti, uno scenario esterno al Dc9 e ha lasciato fuori dal perimetro della plausibilità l’ipotesi della bomba a bordo. Restano la near collision con un velivolo militare e il missile. E resta soprattutto il cielo affollato di quella sera.
A dare la notizia dell’interessamento del governo italiano è stata Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime. A giugno aveva chiesto alla premier Giorgia Meloni di rivolgersi a Macron per ottenere ciò che le rogatorie della magistratura non erano riuscite ad avere. «Nel momento in cui il governo si è mosso si vedono risultati», dice Bonfietti. C’è un precedente politico-diplomatico che adesso acquista un significato particolare. Nel 2000 Massimo D’Alema scrisse al presidente Jacques Chirac chiedendo una collaborazione più ampia e la rimozione del segreto militare. Una successiva richiesta del governo Amato rimase, annotano i pm, senza esito. Ecco perché l’annuncio da Parigi pesa così tanto. Se davvero la Francia metterà a disposizione tutta la documentazione ancora esistente, non si tratterà soltanto di aggiungere qualche fascicolo a un’inchiesta sterminata. Si potrà finalmente verificare ciò che per decenni è rimasto dietro risposte incomplete, documenti coperti da segreto, dati dichiarati inesistenti o non più disponibili e ricostruzioni che gli stessi accertamenti dei pm hanno contraddetto.
Per capire perché queste carte francesi possono cambiare il corso dell’inchiesta basta leggere la richiesta di archiviazione. L’indagine riaperta nel 2008 nasce dalle dichiarazioni di Francesco Cossiga, che indicava nella Francia la possibile responsabilità dell’abbattimento del Dc9. I magistrati italiani sono andati oltre quelle parole: hanno inviato rogatorie a Parigi chiedendo registri di volo, radar, movimenti degli aerei, attività della base di Solenzara e posizione delle portaerei Foch e Clemenceau. Ed è qui che le versioni cominciano a non coincidere. I francesi avevano comunicato che la base di Solenzara, in Corsica, aveva cessato l’attività alle 17 del 27 giugno 1980. Gli accertamenti hanno raccolto testimonianze di militari che descrivono una realtà diversa. Per i pm quelle dichiarazioni «smentiscono la comunicazione in precedenza fornita dalle autorità francesi» e arrivano alla conclusione che «si può affermare come dato certo» che Solenzara fosse operativa anche dopo le 17. Dagli atti risulta che proprio quel giorno nella base erano state svolte attività militari. Quando Roma ha chiesto ulteriore documentazione, una parte non è stata consegnata perché coperta da segreto francese; per altri atti era stata prospettata una procedura di declassificazione. I pm annotano: «Nessuna risposta è poi pervenuta al riguardo».
Poi c’è la Foch nel Tirreno dalla quale si ipotizza possano essere decollati aerei francesi. Parigi aveva comunicato che la portaerei era rientrata a Tolone il 26 giugno e vi era rimasta. Sebastiano Caucci, militare in servizio a Grazzanise, ha invece raccontato ai pm di essere salito sulla Foch proprio il 26 per discutere di un’esercitazione prevista per il giorno successivo e annullata soltanto la mattina del 27. Per la procura, dunque, la nave «non si poteva trovare fin dal 26 giugno 1980 alle ore 15,35 al porto di Tolone come comunicato in risposta alla rogatoria». Un’altra testimonianza colloca il 26 giugno una portaerei francese, Foch o Clemenceau, in un’esercitazione Nato. Per i pm: «Almeno una portaerei francese era presente nelle acque di Napoli, nonostante dalla documentazione inviata dalle autorità francesi emerga il contrario».
Per gli inquirenti il Dc9 fu abbattuto all’interno di uno scenario di guerra aerea; ciò che ancora manca è l’identificazione degli autori materiali. È questa la ragione per cui l’indagine per strage è rimasta aperta nel tempo. Adesso Parigi promette le carte. Servono i registri di Solenzara, le tracce radar, i movimenti della Foch e della Clemenceau, le missioni degli aerei imbarcati, le comunicazioni militari e ciò che allora rimase coperto dal segreto. Ma soprattutto i nomi dei militari che erano presenti non solo sulla portaerei ma anche in volo. La Francia ha finalmente l’occasione di aiutare l’Italia a dare un nome agli autori della strage. Apra gli archivi fino in fondo. E questa volta consegni le carte, non un’altra versione dei fatti.
