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Politica internazionale

L’ex nemico Macron e Meloni in pressing. L’arte diplomatica per squarciare il velo

La preghiera di Daria Bonfietti, la telefonata all’Eliseo. Così la premier ottiene i faldoni. E il caso può sperare in una svolta

Meglio tardi che mai. Obbligati dagli eventi

Sono le 20 e 59 del 27 giugno 1980 quando il DC-9 dell’Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo smette di rispondere. A bordo ci sono 81 persone, undici sono bambini.

Il mare, in quel punto del Tirreno, è profondo tremilaseicento metri, e ci vorranno anni per tirare su i pezzi e rimetterli insieme dentro un capannone. Da quella sera comincia un altro racconto, che va oltre il dramma. Comincia il mistero.

C’è un museo a Bologna, con il relitto ricomposto e le lampadine che si accendono e si spengono come respiri. Ci sono le sentenze, le perizie, le controperizie, i generali processati e assolti per depistaggio, l’istruttoria monumentale del giudice Priore e poi ci sono le parole, sempre le stesse, consumate come monete passate di mano in mano: verità, depistaggio, segreto di Stato. Sembrava che tutto dovesse finire con un nulla di fatto. La procura di Roma aveva chiesto l’archiviazione e si aspettava solo la pietra tombale del gip. Poi è successo qualcosa. Daria Bonfietti, ex parlamentare del Pd e soprattutto presidente dell’associazione familiari delle vittime, a metà giugno chiama Giorgia Meloni e le chiede di provare il tutto per tutto per scongiurare l’archiviazione: «Se non ci riesce la magistratura, può farcela solo la politica». La sensibilità della Meloni su questi temi è forte. Bisogna parlare con il presidente della Francia. La telefonata con Macron sblocca tutto. L’ambasciata francese manda una nota alla Farnesina e dice che Parigi è disponibile a trasferire all’Italia tutta la documentazione sulla strage, compresi gli atti del ministero della Difesa fino ai primi anni Novanta, e che è pronta ad assecondare ulteriori richieste. Le carte passano dalla Presidenza del Consiglio al ministero della Giustizia, dal ministero della Giustizia alla procura di Roma. Il 30 settembre c’è l’udienza davanti al gip, e i pm che avevano chiesto l’archiviazione adesso sarebbero pronti a ritirarla.

La stessa Daria Bonfietti fa notare qualcosa che non è scontato: quaranta e passa anni di rogatorie hanno prodotto meno di sei mesi di pressione diplomatica. Ora tutto questo spiazza la stessa sinistra, che fatica sempre un po’ a riconoscere le svolte diplomatiche della Meloni. Nessuno sa ancora cosa ci sia dentro quei faldoni: magari i tracciati radar che mancano, oppure quattro scatoloni di corrispondenza diplomatica inutile. È già successo. Come sostiene Carlo Giovanardi: «Non archiviare ora ci permette di capire chi ha messo la bomba». Ustica si spoglierebbe di quella sorte mistero senza speranza per tornare a essere un caso da risolvere.

La promessa di Macron si inserisce anche in uno scenario politico europeo. Ci sono stati momenti freddi tra Roma e Parigi. Non è mai scattata la simpatia tra la premier italiana e il presidente francese, per diffidenza, per incomprensioni, per rivalità. Solo che adesso l’Europa, che naviga sul caos, ha bisogno di leader che si riconoscono. Sono diversi e distanti ma c’è da lavorare per non restare schiacciati tra America e Cina o tra i nemici della democrazia che crescono a destra e sinistra. Se davvero Parigi svela quello che sa sulla notte del 27 giugno diventa più facile fidarsi. I patti, anche quelli geopolitici, non hanno bisogno di ombre e misteri.