La storia insegna che la fretta in campo di tassazioni straordinarie può essere un boomerang. Identificare realmente il profitto straordinario è complesso. Rispetto a quale livello storico un profitto viene considerato extra? E quali settori sono da includere?
«Mettano da parte l’orgoglio e abbiano il coraggio di tassare gli extraprofitti delle grandi società energetiche per tutelare le famiglie e le imprese», ha detto ieri la segretaria del Pd Elly Schlein considerando in modo indiscriminato tutti i gruppi del settore. Un errore, in primis perché nel 2026 il Governo ha già aumentato l’Irap per il comparto energetico di 2 punti percentuali, passando in via ordinaria dal 3,9% al 5,9%, per i periodi d’imposta 2026 e 2027. Quindi un prelievo aggiuntivo sul settore energetico esiste già; la differenza è che non viene definito come tassa sugli extraprofitti e il gettito viene utilizzato per ridurre alcuni oneri della bolletta. In seconda battuta, dai bilanci delle principali società energetiche emerge che non ci sono extra profitti che gonfiano i conti. Da ultimo, la storia insegna che qualsiasi misura venga messa in campo va studiata per non essere definita, in un secondo tempo, come incostituzionale. L’idea era quella di puntare a una misura europea, ma Bruxelles ha rispedito «la palla» ai singoli Stati. Questa volta nel mirino potrebbero finire le grandi compagnie petrolifere. Ma anche qui le differenze tra una società e l’atra sono notevoli. Ammontano a 7,5 miliardi gli extraprofitti generati in Europa nella prima metà del 2026 da otto grandi compagnie petrolifere (Shell, BP, TotalEnergies, Eni, Orlen, Repsol, Omv, Moeve) dopo lo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran il 28 febbraio. A livello globale gli extraprofitti sono stati 17,9 miliardi. La quantificazione è stata fatta in uno studio da T&E (Transport & environment), la Federazione europea per i trasporti e l’ambiente, che raggruppa le organizzazioni non governative che promuovono il trasporto sostenibile. Non esattamente un soggetto terzo indipendente. Resta il fatto che gli extraprofitti attribuibili all’Ue-27 - circa 7,5 miliardi - sono pari al 42% del totale globale (poco meno di 18 miliardi). Di questi, 1,6 miliardi sono stati generati nel primo trimestre (che includeva un solo mese di guerra) e 5,9 miliardi nel secondo trimestre. L’Italia, con Eni, è in fondo alla classifica per aver generato circa 1 miliardo di extra profitti. In testa ci sono le inglesi Shell e Bp con 5,3 e 4,3 miliardi; seguono la francesi Total (2,6) e la polacca Orlen (2,4). I ministri delle Finanze di Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna avevano scritto al collega irlandese per portare il tema alla riunione dei ministri delle Finanze a Dublino il mese prossimo. Ma ora, dopo la decisione di Bruxelles, dovranno muoversi in autonomia. «Se andiamo a drenare i profitti, verranno meno gli investimenti da un lato e dall’altro le multinazionali andranno ad investire da qualche altra parte», ha detto il presidente dell’Unem, Gianni Murano. Il numero uno dell’associazione delle aziende petrolifere e di lavorazione dei prodotti petroliferi ha aggiunto che bisogna «investire molto di più su biocarburanti, carburanti sintetici, idrogeno. Però questo va fatto con la tempistica giusta. Ci siamo dimenticati la sicurezza energetica e l’indipendenza energetica puntando sul fatto che un giorno sarà tutto elettrico, fino a quel giorno però bisogna arrivarci».
