Su una questione Giorgia Meloni non ha mai mostrato di avere dei dubbi: l’appoggio all’Ucraina aggredita dalla Russia. Un atteggiamento coerente, mai messo in discussione in questi quattro anni e passa di Palazzo Chigi. Il filo conduttore di una politica estera che si è trovata a fronteggiare una fase turbolenta tra guerre e crisi internazionali. Magari, a giudizio del sottoscritto, la premier avrebbe potuto assecondare di più l’iniziativa dei Volenterosi lanciata dal tandem franco-inglese (probabile embrione di un esercito europeo o della seconda gamba che dovrebbe affiancare quella Usa nella Nato); o, ancora, essere più chiara sulla necessità di investire in difesa viste le ombre putiniane che minacciano l’Europa. Sono opinioni che però debbono tenere conto degli equilibri interni di una coalizione che vede la Lega di Salvini su posizioni opposte ed ora della competizione di un soggetto politico di destra, come Vannacci, che non ha nessuna remora a sposare posizioni filo-russe. Difficilmente un governo sostenuto dal campo largo sottoposto ai ricatti dello stesso segno di grillini, sinistra radicale e alle contumelie del pacifismo di parte di Travaglio sarebbe riuscito a fare altrettanto.
Aver tenuto la barra dritta quindi in queste condizioni non è elemento di poco conto. Anche perché la Meloni lo ha fatto pure quando un personaggio che sulla carta sarebbe dovuto essere un suo alleato, Donald Trump, sull’Ucraina ha assunto posizioni altalenanti e fin troppo comprensive nei confronti del Cremlino. Già, The Donald. Per quel che ha potuto, la premier italiana ha tentato di mediare tra le due sponde dell’Atlantico con lo scopo di tenere unito l’Occidente. Il famoso ponte. Un ruolo che le è costato anche in termini di consenso per le politiche stravaganti del suo interlocutore (dai dazi all’intervento in Iran messo in atto ignorando gli alleati europei) che hanno penalizzato non poco sul piano economico i Paesi UE. Ha cercato di minimizzare finché ha potuto il narcisismo politico del Presidente Usa. Poi, però, di fronte all’impossibilità di mantenere un rapporto razionale con Trump e incalzata dalle sue intemperanze verbali, gli ha risposto per le rime. Non si è tirata indietro. Non gli ha neppure risparmiato un no sulla guerra a Teheran. Il punto, però, ora non riguarda tanto il passato, quanto il futuro. Prese le misure di un Trump imprevedibile e dovendo tener conto che il fronte sovranista non concede nulla sul piano dell’immigrazione né alla Spagna di Sánchez, ma neppure all’Italia di Meloni (cioè gli immigrati che arrivano nel Belpaese ce li dobbiamo tenere), qual è l’interlocutore più affidabile se non l’europeismo nelle sue diverse declinazioni? Ci sarà una ragione se ora l’alleata più vicina alla Meloni è la premier socialdemocratica danese, o no? Ecco, centrato il record, forse l’inquilina di Palazzo Chigi dovrebbe fare un ulteriore bagno in quel pragmatismo (l’espressione strausata in questi anni) liberandosi delle scorie delle vecchie e nuove ideologie. È la sfida.
