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Politica internazionale

Giorgia e il voto Usa. “Dopo Trump una destra che non grida e sbraita”

Prendono forza i critici di Donald e Maga. Meloni marca le distanze. La sinistra non capisce la ricetta di Obama e sbaglia a radicalizzarsi ancora di più

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha deposto una corona d'alloro sulla tomba del Milite Ignoto all'Altare della Patria in occasione della giornata dell'Unit� Nazionale e delle Forze Armate. Alla cerimonia hanno partecipato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro della Difesa Guido Crosetto, i presidenti di Camera e Senato Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa e il presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso, 4 novembre 2026. US PALAZZO CHIGI +++FOTO DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA - USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE - NON VENDERE - NON USARE PER FINI NON GIORNALISTICI - NPK+++

Ora, com’è tradizione, il potente Trump non lo conosce più nessuno. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ci tiene a dire: «Non siamo mai stati trumpiani». Il leader della Lega Salvini in coro con il grillino Conte butta la palla in tribuna: «Gli americani hanno votato contro il riarmo». Il fido Stefano Candiani esordisce con il fatidico: «Trump, chi? E comunque quando gli americani si accorgeranno di aver mandato in Senato l’arabo El-Sayed Trump tornerà a vincere». Addirittura i vannacciani disconoscono il tycoon. «Noi trumpiani? Ma di che!», giura il luogotenente del generale, Ziello. Per la Matone, passata dalla Lega a Forza Italia, addirittura è «una festa della liberazione»: «Ci siamo tolti finalmente dalle scatole la menata Maga». Mentre i «fratelli» rivendicano non la politica del «ponte» sull’Atlantico ma quella della diversità. «A dirla tutta - ricorda la Kelany - Giorgia ha avuto rapporti migliori con Biden che non con Trump». Mentre Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, ricorda di avere sempre mal sopportato - ed è vero - The Donald: «Non sono mai stato un fan del pazzo. Anzi, sono stato orgoglioso quando una donna alta un metro e sessanta è andata a Washington per dirgli in faccia che doveva salvaguardare la civiltà occidentale e non solo i cavoli suoi». Sull’altro versante, quello di un campo largo in festa, invece non fanno sconti. Rinfacciano agli avversari le mille manifestazioni di vicinanza al presidente Usa. «Ora da quelle parti - ironizza il piddino Amendola - non lo conosce più nessuno, quando addirittura volevano assegnargli il Nobel per la pace». Mentre la Boldrini rimprovera a Tajani di aver sfoggiato il berretto Maga.

Fin qui il «folklore» ma le mid-term segnano sul piano internazionale un cambio di fase che pone problemi a entrambe le coalizioni. Trump ha segnato la politica di questi anni sul piano ideologico, del costume e del linguaggio. Ha spadroneggiato usando gli ingredienti dell’arroganza, della supponenza e della sicumera. Ha fatto guai. Non pochi. Al punto che Giorgia Meloni con i suoi prende le distanze dallo stile di The Donald: «La lezione che ci viene dall’America è che serve una destra che non sbraita, non grida, non esaspera».

Insomma, Trump non è più un modello, sempre che lo sia mai stato. E naturalmente visto che dall’altra parte dell’oceano c’è «un’anatra zoppa», un interlocutore condizionato e in bilico, alla premier viene naturale rivolgersi e concentrarsi sull’Europa. «Al prossimo consiglio europeo di Dublino - ha spiegato ai suoi - andrò a incazzarmi perché non è possibile che non sia stato nominato ancora un inviato che parli a nome dell’intera Ue sull’Ucraina». La premier ha anche deciso di presentarsi in persona al prossimo vertice dei volenterosi a Berlino. Una nuova fase che la Meloni affronterà con il dovuto pragmatismo. «Ci sia Trump o un democratico alla Casa Bianca - osserva la testa d’uovo di Palazzo Chigi, Filini - i problemi non cambiano. C’è sempre la Cina che usa l’Iran per mettere in braghe di tele l’Europa. In Italia si pecca di provincialismo. La sinistra canta vittoria? Ma i democratici a differenza di Conte e soci si sono presentati con una coalizione che parlava a tutti non solo a un elettorato identitario. Un cambio di fase che Trump ha capito».

Neppure la sinistra italiana in festa si è accorta del cambio di fase. I democratici hanno vinto schierando di tutto e di più come teorizzato da Obama: dal governatore moderato del Kentucky, Beshear, a tanti esponenti della sinistra americana; dal presbiteriano Talarico in Texas all’oriundo egiziano El Sayed in Michigan. Di fronte a questa operazione la foto a quattro Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli, quella che punta all’elettorato identitario di sinistra, è una comica. O meglio, paradossalmente segue la stessa logica di Trump che parla solo ai pretoriani del popolo Maga. E se interloquisci solo con un mondo non raggiungi la maggioranza del paese. Questa è la lezione che viene dall’America. I più avvertiti l’hanno capita. «Il voto Usa insegna - spiega Fassino - che non basta parlare all’elettorato identitario più estremo ma bisogna rappresentare diversi elettorati». «È lo schema - confida Fratoianni - che stiamo tentando di attuare». Mentre Gianni Cuperlo sogna un’alleanza che schieri «Acerbo in Ohio e Renzi in Iowa».

Appunto, Renzi. Forse è il leader del campo largo più in sintonia con i democratici americani. Racconta: «El-Sayed aveva attaccato la presidenza Obama ma poi gli ha chiesto di fare la campagna per lui. Cosa che Obama ha fatto perché le differenze interne debbono essere superate in campagna elettorale». Un concetto che molti a sinistra stentano a capire. Ieri nell’aula di Montecitorio la piddina Sara Ferrari ha gridato: «Ha vinto il woke». Insomma, ha capito tutto...

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