E adesso? “Adesso diranno che l’America è tornata”. Invece.
Giulio Terzi di Sant’Agata, ex ministro degli Esteri e oggi presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, sorride: “L’America non se n’è mai andata. La sconfitta di Trump fa parte del normale ciclo politico, gli allarmi sulla tenuta della democrazia erano eccessivi. E la vittoria dei democratici pone altri problemi ed evidenzia tutta una serie di contraddizioni: lo testimonia lo sconquasso delle Borse, con i data center nel mirino”.
Gli eccessi nel corso della Presidenza Trump ci sono stati. Non le pare?
“Vero. Ma gli Stati Uniti hanno una coesione di fondo che qui in Italia purtroppo non c’è. Quando si pronuncia la parola nazione, in Italia la sinistra insorge, negli Usa la patria è un patrimonio condiviso da democratici e repubblicani, estremisti e moderati, liberal e conservatori”.
Perché Trump ha perso?
“Le cause sono molteplici. Ma credo che una parte importante l’abbia giocata l’aumento del prezzo dell’energia, del petrolio, della benzina. Gli americani sono molto attenti al portafoglio, le aspettative erano altre, la guerra in Iran ha innescato una spirale dei costi che ha pesato sugli elettori. Poi c’è un altro elemento da non sottovalutare”.
Quale?
“I latinos, insomma gli ispanici, si sono spostati verso i democratici; parliamo di milioni di persone che probabilmente sono rimaste impressionate dalle immagini drammatiche dei blitz firmati in tante città dall’Ice. Gli agenti che sparano, e qualche volta purtroppo uccidono, hanno allontanato dai repubblicani molti elettori latinos”.
Giorgia Meloni afferma: “Serve una destra che non sbraita, non grida, non esaspera”. I conservatori tricolori si divincolano dall’abbraccio del tycoon?
“Ma no, il messaggio è che si deve lavorare per il benessere del Paese. Gli americani, come gli italiani, tengono d’occhio tutto quello che riguarda la vita concreta, cominciando appunto dal costo al distributore del carburante. Però vede, qui da noi ci sono tanti impulsi distruttivi e autodistruttivi, a New York e Washington no. Sulle questioni di fondo, quelle che riguardano per esempio la sicurezza nazionale, non ci sono incertezze o sbavature. L’insegnamento che deve spronare i conservatori italiani dev’essere proprio questo: la democrazia americana è e continua a rimanere un faro per tutti noi”.
Insomma, lo smarrimento sta rientrando?
“Ma no, il fronte antitrumpiano è stato più convincente. Succede ed è giusto riflettere e guardarsi allo specchio. Ma certe geremiadi e certi scenari apocalittici erano e sono fuori luogo. Mi spaventa di più il voto islamista che si infiltra fra i democratici, come dentro certi segmenti della sinistra radicale europea”.
C’è il tentativo dell’estremismo islamista di entrare nel gioco democratico dei grandi paesi occidentali?
“È una tendenza da monitorare”.
Alla fine della prima presidenza Trump ci fu l’irruzione dei barbari a Capitol Hill. Un momento sciagurato. Quel clima non c’è più?
“Oggi Trump ha preso atto della sconfitta e ha detto che collaborerà con i democratici. Poi, nelle ultime ore ha evocato i brogli e ha attaccato chi ha votato i democratici. Certo, l’uomo è imprevedibile, ma nel complesso le reazioni alla batosta presa non sono state così scomposte”.
Queste sono le elezioni di midterm. Hanno un significato politico, ma Trump resta alla Casa Bianca.
“Tutto quello che vuole, ma la sostanza è che l’America si conferma una democrazia salda e solida. In duecentocinquanta anni di storia, Washington non ha mai ceduto alla tentazione dell’uomo forte e non c’è mai stata una deriva autoritaria”.
L’onda blu travolgerà il trumpismo?
“In Italia si festeggia come se fosse caduto il governo Meloni. Francamente, siamo lontani dalla realtà, fra suggestioni e abbagli. La sinistra a Roma si innamora in fretta, ma temo resterà delusa anche questa volta. Semmai, mi preoccupa altro”.
Che cosa?
“L’aver tolto le sanzioni petrolifere alla Russia di Putin. Mi aspetto una correzione in tempi rapidi. Una virata pro Ucraina dopo lo scossone elettorale”.
