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Politica internazionale

I ghetti, la sinistra e la scuola flop. Il male francese diventa italiano

Intere aree fuorilegge per scelta dell’islam radicale e per colpa di una parte politica convinta di poter stringere alleanze. Abbiamo replicato gli errori d’Oltralpe. E le nostre crepe avanzano più veloci

President Donald Trump walks on the South Lawn upon his arrival to the White House, Tuesday, Oct. 20, 2026, in Washington. (AP Photo/Jose Luis Magana) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

In Francia era tutto scritto. Nel suo «Sept pas vers l’enfer» del 2022 Alain Chouet, ex capo della Dgse (l’intelligence francese) spiegava come la sicurezza d’Oltralpe facesse i conti con 1514 «zones de non-droit» ovvero 1514 banlieue fuori legge distribuite in 859 comuni da 4 milioni di abitanti. Delle «zone rosse» dove l’accesso è interdetto a forze dell’ordine, soccorsi medici e servizi sociali. E come tutto questo non fosse, come ripeteva la sinistra, la conseguenza della ghettizzazione degli immigrati, ma una precisa scelta imposta dai gruppi dell’estremismo islamista per creare comunità separate sottratte alle leggi dello Stato e consegnate all’Islam. Un processo di frammentazione della coesione sociale e di infiltrazione realizzato con gruppi criminali liberi di finanziarsi con la droga e incaricati, in cambio, di controllare l’accesso alle zone senza legge. Il fenomeno iniziato in Francia a metà degli anni ’90, e documentato già allora da film come La Heine (L’Odio) di Mathieu Kassovitz, è stato favorito dalla crisi di una scuola incapace di garantire l’assimilazione di seconde e terze generazioni islamiste e dal fallimento economico dello stato sociale. Ora, però, il «male francese» diventa il «male italiano». E ieri il presidente Usa Donald Trump ha detto che «come in Francia anche in Italia le proteste hanno a che fare con l’immigrazione». Che «Parigi sarà presto una città musulmana» e che «Francia e Italia sono Paesi peggiori di quello che erano. Se l’Europa non chiude i confini è finita».

Grazie ad una sinistra in parte miope, in parte convinta di poter stringere alleanze con l’islam radicale, abbiamo replicato gli errori francesi. Ma con l’aggravante che mentre le istituzioni d’Oltralpe, fisiologicamente più solide, hanno impiegato un trentennio a piegarsi, in quelle italiane le crepe avanzano in maniera esponenziale. Anche perché, con la scusa dell’accoglienza, abbiamo accolto non chi fuggiva da guerre e carestie, ma - per Tunisia, Marocco e Algeria - il peggio delle società maghrebine.

Da questo peggio sono nate famiglie dissestate e seconde e terze generazione prive, in larga parte, di qualsiasi educazione civica. Ragazzini che oltre al dissesto familiare subiscono quello della scuola italiana dove l’impegno prevalente degli insegnanti, in gran parte di sinistra, non è stato educare e assimilare, ma nascondere crocefissi e simboli capaci, a sentir loro, di offendere i nuovi arrivati. O, peggio, condividere con gli studenti, come avvenuto dopo il 7 ottobre, gli slogan di Hamas e dell’estremismo palestinese. Il risultato è stato convincere i cosiddetti «nuovi italiani» che il Paese non possieda né un ordine istituzionale, né un senso nazionale.

Regalando loro la convinzione di poter seguire l’esempio delle banlieue francesi.

Ragionamenti su cui sono andati a nozze gli imam fondamentalisti pronti a sfruttare le nostre debolezze per offrire in alternativa l’ordine sociale garantito dal Corano. E così, pur mancando delle vere e proprie banlieue, Milano si confronta oggi con l’incapacità delle forze dell’ordine di controllare i quadrilateri delle case popolari di San Siro o via Padova. E di affrontare le masse di seconde e terze generazioni pronte ad affluire in caso di disordini da tutto l’hinterland milanese. Un filo rosso inquietante perché se da una parte i numeri delle «1514 banlieue fuori legge» sono ancora lontani, dall’altra la precarietà del nostro sistema di accoglienza ci mette di fronte al rischio di allinearci, in pochi anni, al disastro francese.

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