Mi hanno dato dell’«infedele». È l’ennesima fatwa islamista contro il Giornale fondato da Indro Montanelli. Hanno ragione sull’infedeltà: a Indro spararono per le sue idee mentre una certa borghesia brindava. Ma non ci spaventano: siamo infedeli alla paura e a chi pensa che la libertà di stampa finisca dove comincia l’intimidazione.
Al Giornale continueremo a fare il nostro lavoro. Ogni minaccia ci spinge a cercare di raccontare meglio l’islamismo che si insinua nelle istituzioni. Il Corano non è la Costituzione: imporre il proprio credo non è un diritto.
Qui si decide se una democrazia possa lasciarsi intimidire. Eppure, mentre raccontiamo la rete dell’islamismo radicale e degli amici di Hamas ed Hezbollah, parte della sinistra preferisce l’ambiguità. La violenza spacciata per protesta, il ricatto per dissenso: è il vecchio veleno del terrorismo.
Di fronte a quel veleno una democrazia dovrebbe unirsi, non dividersi. Oggi tocca a me, domani a un giornalista di sinistra, a una donna libera, a chiunque dica no. La libertà che vale solo per i propri amici non è libertà: è una tessera di partito.
Ringrazio per la solidarietà. E la risposta sarà il Giornale di oggi, di domani e di sempre. Cari censori, mettetevi comodi: siamo infedeli all’obbedienza e fedeli al diritto di raccontare. Non abbiamo finito. Abbiamo appena cominciato.
