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Politica internazionale

La favola dei “nuovi americani”

Tra i figli di somali, ugandesi ed egiziani c’è il sogno di un’America diversa, fondata su valori diversi

epaselect epa13351139 Voters fill out their ballots to vote in the midterm election on Election Day in Detroit, Michigan, USA, 03 November 2026. EPA/SARAH YENESEL

Era scontata tanta euforia.

Figurarsi, con Donald Trump che perde e i dem che fanno incetta di seggi.

E poi tutti quei volti «nuovi»: quanto galvanizzano la sinistra di casa nostra, costretta sempre ad accontentarsi delle vittorie altrui visto che in casa raramente tocca palla. I miracoli, dopotutto, li vedono solo con il cannocchiale. E così, dopo aver gioito per Zohran Mamdani, primo sindaco musulmano di New York, oggi si trovano a brindare ad Abdul El-Sayed, primo senatore islamico. C’è un «primo» per tutto. Persino la prima donna americana palestinese, Aber Kawas, eletta al Senato dello Stato di New York. Alla Camera, poi, i «nuovi americani» che s’inchinano ad Allah sono più d’uno. Alcuni di loro fanno parte dei Dsa, ovvero la falange socialista che vuole spostare l’asse dem più a sinistra. Qui da noi, i cantori del campo largo guardano al sodalizio tra radicali e moderati come un modello da seguire e replicare. Obiettivo: le elezioni politiche del 2027. Punti di contatto: i temi sociali, ovviamente.

Peccato che nella lettura progressista ci sia più di un errore di fondo. Il più eclatante è considerare questi «nuovi americani» alla stessa stregua dei vecchi «nuovi americani», quelli che fecero grandi gli Stati Uniti. Allora tra i figli di inglesi, irlandesi, tedeschi e italiani c’era un comune sentire che era quello costruito sui valori occidentali, oggi tra i figli di somali, ugandesi ed egiziani c’è il sogno di un’America diversa, fondata su valori diversi.

E non solo quelli del socialismo. Certo, è solo l’inizio. Ma non c’è alcun dubbio che questo processo sia avviato.

Come è stato avviato in alcune città italiane dove la sinistra va a caccia dei voti delle minoranze islamiche. Anche qui li chiamano «nuovi italiani» ma non sanno, o fingono di non sapere, che l’Italia che questi hanno in mente di costruire non è certo quella fondata sui nostri stessi valori.

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