Era scontata tanta euforia.
Figurarsi, con Donald Trump che perde e i dem che fanno incetta di seggi.
E poi tutti quei volti «nuovi»: quanto galvanizzano la sinistra di casa nostra, costretta sempre ad accontentarsi delle vittorie altrui visto che in casa raramente tocca palla. I miracoli, dopotutto, li vedono solo con il cannocchiale. E così, dopo aver gioito per Zohran Mamdani, primo sindaco musulmano di New York, oggi si trovano a brindare ad Abdul El-Sayed, primo senatore islamico. C’è un «primo» per tutto. Persino la prima donna americana palestinese, Aber Kawas, eletta al Senato dello Stato di New York. Alla Camera, poi, i «nuovi americani» che s’inchinano ad Allah sono più d’uno. Alcuni di loro fanno parte dei Dsa, ovvero la falange socialista che vuole spostare l’asse dem più a sinistra. Qui da noi, i cantori del campo largo guardano al sodalizio tra radicali e moderati come un modello da seguire e replicare. Obiettivo: le elezioni politiche del 2027. Punti di contatto: i temi sociali, ovviamente.
Peccato che nella lettura progressista ci sia più di un errore di fondo. Il più eclatante è considerare questi «nuovi americani» alla stessa stregua dei vecchi «nuovi americani», quelli che fecero grandi gli Stati Uniti. Allora tra i figli di inglesi, irlandesi, tedeschi e italiani c’era un comune sentire che era quello costruito sui valori occidentali, oggi tra i figli di somali, ugandesi ed egiziani c’è il sogno di un’America diversa, fondata su valori diversi.
E non solo quelli del socialismo. Certo, è solo l’inizio. Ma non c’è alcun dubbio che questo processo sia avviato.
Come è stato avviato in alcune città italiane dove la sinistra va a caccia dei voti delle minoranze islamiche. Anche qui li chiamano «nuovi italiani» ma non sanno, o fingono di non sapere, che l’Italia che questi hanno in mente di costruire non è certo quella fondata sui nostri stessi valori.
