Pochissime bandiere, nessuna distribuita dal partito, cinque o sei quelle che i militanti hanno estratto spontaneamente dagli zaini, come quelle della Palestina, spontanee anche queste. Durante la due giorni d’assemblea dei 5Stelle non è mai comparso il simbolo del Movimento, nemmeno sul più piccolo dei totem, blu con la sola scritta «Nova-Parola all’Italia». È la prima volta che a un’adunata spariscono vessilli, loghi e riferimenti al partito. Le ragioni sono due.
La prima l’ha anticipata ieri il Giornale, che ha intervistato il cassazionista Lorenzo Borrè: «Se devo basarmi sulle sentenze precedenti e su altri elementi, che a me sembrano chiarissimi, vi dico che Grillo ha ottime possibilità di vincere pure questa causa e riprendersi nome e simbolo del Movimento». Conte teme le conseguenze legali. Borrè ha partecipato al contenzioso che ha riconosciuto Beppe Grillo titolare di tutto. «A Genova, nel 2021, l’Appello ha ribadito che l’unico titolare è lui», ha spiegato l’avvocato. Ora è in corso il processo a Roma (dove ha sede legale il soggetto politico rappresentato da Conte), che chiuderà la contesa. «Ma da allora la situazione», ha sottolineato il legale, «non è cambiata di una virgola». Da luglio l’udienza è stata spostata a gennaio. Esporre un simbolo contestato, e farlo durante l’apertura della campagna elettorale, avrebbe rischiato di aggravare la posizione dell’ex premier in caso di condanna. Su quest’aspetto i contiani si attengono alla linea del politburo: «Grillo non è più un nostro problema». Per ora. L’eventuale perdita di nome e simbolo, sommata allo spirito di rivalsa del fondatore, agita e innervosisce Conte.
Ma il motivo della sparizione dei gadget marchiati è anche un’altra. Conte ha voluto presentarsi non da leader di partito ma già da candidato premier della coalizione. La distesa di bandiere avrebbe disturbato parte dell’elettorato di Pd e Avs. Coi simboli del Movimento non sarebbe stato più il Conte candidato in pectore, istituzionale, già certo di sfidare la Meloni, con un modello economico però (e non solo) che mette i brividi: Yanis Varoufakis.
Lo sfasciaconti italiani e l’ex ministro delle Finanze che ha sfasciato la Grecia. Centosettanta miliardi il primo, gettati nel Superbonus, cento miliardi il secondo, bruciati in sei mesi nel 2015. Ha condannato i connazionali alla miseria, alle code ai bancomat, alla chiusura di fabbriche e negozi. Forse solo Sparta ha inferto tante sofferenze ad Atene. Era la guerra del Peloponneso. Questo invece è il colpo mortale che l’ex premier vuole infliggere all’Italia. In greco «gra-tu-i-ta-men-te» si pronuncia doreàn, ma Varoufakis, che nel governo Tsipras era ministro delle Finanze, almeno non ha prosciugato le casse per ristrutturare i castelli. «Vorrei tanto essere lì con voi», ha detto in collegamento. Nel 2027 l’Italia sarà uno dei principali campi di battaglia, dovete far sentire la voce, Meloni sostiene il fascismo internazionale».
Conte ha il suo Pigmalione, il quale nefastamente annuncia: «Stiamo lavorando a un deal, a un investimento in Europa, lo sto già facendo per esempio assieme a James Galbraith, che avete avuto ospite ieri». Si salvi chi può.
