Nel consumato e per alcuni versi noioso dibattito sulle primarie del campo largo c’è un argomento che non ha mai fatto capolino: il rischio di influenze internazionali sul voto. Un paradosso se si pensa che in tutta Europa non passa giorno in cui non sia lanciato un allarme su possibili interferenze russe nelle urne.
E si parla di elezioni organizzate dagli Stati che sono attenzionate e hanno sistemi di protezione più o meno efficaci. Immaginate, invece, una consultazione che non è regolata con delle leggi, messa in piedi, con tutta la stima che si può avere per l’apparato del Pd, con inevitabile pressappochismo, affidata ai gazebo e con i 5stelle che propongono il modello di una consultazione aperta a tutti e con la possibilità del voto «on line». Un modello a dir poco «infiltrabile», per usare un eufemismo. In quelle che portarono all’elezione della Schlein si disse che furono influenzate da una sorta di «entrismo» grillino, cioè da gruppi di militanti 5stelle che si presentarono ai gazebo per dare il loro voto ad Elly. Si trattava di primarie di partito sicuramente meno complesse di quelle che si propongono di nominare il candidato premier di una coalizione che al momento nei sondaggi è data per vincente. Questa volta ai gazebo si presenterà qualche amico del russo Vladimiro.
Eh sì perché cosa può esserci di più semplice per gli strateghi del Cremlino che puntare sul candidato più funzionale alla loro politica sulla crisi Ucraina. I mezzi e l’esperienza maturata sicuramente non gli mancano: per un dirigente del SVR o un generale del GRU sarebbe un gioco da ragazzi. «Il problema - si sfoga Graziano Delrio - esiste, eccome! Lo ripeto da mesi. Specie se si arriverà al voto on-line. E non parlo solo dei russi, ci sono anche gruppi che fanno riferimento all’internazionale sovranista pronti ad organizzare campagne sui social come hanno fatto in Romania. Hanno manipolato il voto lì, figurarsi le nostre primarie! È un timore che c’è nel Pd».
Solo che per non irritare Conte nel partito ne parlano sottovoce. «È tutt’altro che inverosimile - sussurra Alessandro Alfieri - ecco perché bisogna essere cauti specie sul voto on-line che è estremamente permeabile. Non penso che ci sia una sorta di «intelligenza» tra qualche soggetto italiano e Putin, ma è ovvio che al Cremlino punteranno su partiti e candidati che hanno posizioni compatibili alle loro politiche sull’Ucraina. Guardate la Germania».
Appunto, non c’è bisogno che Conte abbia in testa il colbacco o le tasche piene di rubli. Queste sono menate. La questione è un’altra: il Cremlino - come ha fatto in altri paesi - giocherà le sue fiches sul nome del candidato che gli è più funzionale nella roulette delle elezioni italiane. A sinistra come a destra. E, a ben vedere, spogliate dell’immagine e della retorica aulica, pacifista, le tesi di Conte sull’Ucraina sono speculari a quelle del generale Vannacci: sono contrarie al riarmo europeo, all’invio di armi a Kiev e propongono un trattattivismo confuso che non fa alcuna distinzione tra paese aggressore e aggredito. In più a differenza di Salvini, che pur dicendo cose simili non ha influenzato la politica del governo Meloni, sia Conte, sia Vannacci considerano il «non» appoggio all’Ucraina un punto non negoziabile.
Solo il lessico è diverso: l’ex premier ieri ha ricevuto dal 91,7% dell’assemblea del movimento il mandato a mettere nel programma del campo largo un «No» grosso come una casa sulla fornitura di armi a Kiev; Vannacci considera quel «No» la sua prima linea rossa. Per usare una suggestiva espressione di Anselma Dell’Olio, sono i due Manchurian Candidates di Putin: uno a sinistra e uno a destra. E sicuramente li aiuterà. Nell’ombra.
