Le cinque attiviste italiane fermate giovedì in Cisgiordania dovrebbero essere trasferite all’Autorità israeliana per l’immigrazione, per la loro espulsione e il conseguente rimpatrio nelle prossime ore. Il fermo è avvenuto mentre accompagnavano alcuni agricoltori palestinesi nella raccolta delle olive. Le cinque italiane sono state portate nel commissariato di Kiryat Arba, un insediamento israeliano vicino a Hebron. Secondo le informazioni raccolte dalla Farnesina, sono stati sequestrati loro i telefoni cellulari.
Le forze di sicurezza israeliane hanno riferito di aver fermato complessivamente undici attivisti stranieri e un palestinese. Hanno specificato che svolgevano la loro attività in una zona militare riservata senza coordinarsi con le autorità di Tel Aviv e si sono rifiutati di identificarsi. Informati dell’accaduto, l’ambasciata d’Italia a Tel Aviv e il consolato generale d’Italia a Gerusalemme sono entrati in contatto con le autorità israeliane, chiedendo chiarimenti urgenti. La polizia afferma che alcuni dei fermati sarebbero coinvolti nella «promozione del terrorismo». «Noi italiani chiediamo la liberazione immediata delle 5 donne italiane prese dall’esercito israeliano. Speriamo che nelle prossime ore possano essere rimandate in Italia. È inaccettabile quello che è successo, non stavano commettendo alcun reato», ha tuonato il ministro degli esteri Antonio Tajani. Gli arresti sono avvenuti ad al Bweib, vicino a Hebron, nel sud della Cisgiordania. Questa settimana nella zona erano già stati fermati altri due attivisti italiani, Alberto e Manuel Tartarotti, padre e figlio di Bolzano, poi espulsi. Mercoledì 21 ottobre, inoltre, circa 90 volontari internazionali erano stati arrestati mentre partecipavano alla raccolta delle olive vicino a Nahalin, villaggio palestinese nel governatorato di Betlemme, in Cisgiordania. Tra questi anche il candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti Brad Lander, poi rilasciato insieme a decine di altri attivisti.
