Mentre le sirene si rincorrono, Place de la Republique è avvolta da due bandieroni: uno palestinese e uno algerino. Una cinquantina di brasiliani ha organizzato una manifestazione pro Lula. Dopo il «quinto atto» dell’autunno caldo, si contano i danni: vetrine sfondate, motociclette bruciate, vetri ovunque. Sono milioni di euro. Qualche saccheggio è ancora in atto. Iphone, certo, ma anche carte Pokemon, quelle non rare sono disperse per strada. La puzza che accompagna dipende da fumogeni e petardi.
Se i «nuovi francesi» hanno aperto la scena, i «nuovi italiani» iniziano a impossessarsi della parte. La guerriglia parigina (e non solo) è stata replicata a Milano, a Bologna, a Torino. Se il laboratorio è francese, le piazze italiane sono delle copie ben fatte.
Nella meneghina piazza del Duomo o nella torinese via Roma lo schema è stato lo stesso: gli antagonisti, in tutta Europa, hanno stipulato una sacra alleanza con l’islamismo politico, con i militanti pro Pal e con i maranza. La «questione sociale» è buona per i manifesti, il protagonista è il caos.
Askatasuna, per dire, negli anni ha intrecciato rapporti con Les Soulevements de la Terre, ecologisti anti grandi opere, con il Comitè antifasciste du 4e di Marsiglia, con gli universitari del Qlf, e con la Jeune Garde di Lione. A luglio, nelle gallerie dismesse di Parigi, hanno fermato 8 persone: provavano esplosivi per gli italianissimi cantieri del Tav.
Quando Aska chiama, i loro cugini passano volentieri il confine.
Il 17 ottobre non è stato un fotogramma dei Miserabili, niente romanticismo da barricata: alcuni anziani sono stati lasciati in mutande per strada dalla rivoluzione dei gilet gialli, quelli contro il caro vita.
Per Alice Cordier, a capo del collettivo femminista di destra Nemesis, Francia e Italia si guardano: «Quanto accaduto a Milano è legato alle proteste parigine. Sono entrambe rivolte sociali innescate dalla sinistra, poi degenerate in scontri. Alla piazza si mescolano black block, antifascisti, e giovani immigrati che arrivano dalle periferie».
Qualcosa, rispetto alle premesse, è sfuggito di mano.
«Abbiamo la sensazione - prosegue Cordier - che la sinistra sia stata travolta dagli eventi. Non è riuscita a controllare le migliaia di migranti arrivati dalle periferie». Il grande indiziato è Jean Luc Melenchon, accusato da Marine Le Pen di aver fomentato la rivolta.
Poi i costumi: «Sempre più giovani bianchi parlano come migranti, usano espressioni islamiste. E sempre più donne usano il velo», chiosa la leader di Nemesis. Secondo l’ultima inchiesta di Marianne, il 53% dei francesi è contrario al velo indossato in strada. Sono nel 2022, i «no» arrivavano al 57%.
Tra le boutique prese d’assalto, una di Louis Vuitton spicca per le ammaccature. I maranza, in tuta d’acetato e muniti di borsello, hanno provato a sfondare ma il negozio ha già riaperto. A Limoges, a quattro ore e mezza di distanza, i rivoltosi hanno bruciato la storica torre municipale. Qualche parigino alza lo sguardo verso Notre Dame. Tira un sospiro di sollievo.
