Youssef Siher (nella foto) organizzava le mobilitazioni pro Pal ben prima di diventare il volto del Movimento 17 ottobre. Già nel 2024, come possiamo documentare in esclusiva, il trentenne marocchino era pienamente attivo nella rete delle manifestazioni nazionali, promuovendo cortei e trasferimenti in pullman da diverse città italiane.
La data su cui ha premuto è quella del 24 febbraio 2024, durante la quale Milano fu teatro di disordini, danneggiamenti e aggressioni alle forze dell’ordine. Circa 15mila persone arrivarono nel capoluogo lombardo da diverse città italiane, mobilitate da una rete che comprendeva i Giovani palestinesi d’Italia, i sindacati di base e le organizzazioni antagoniste. Nel corso del corteo, un gruppo di manifestanti incappucciati assaltò un supermercato, il Carrefour, danneggiandone le vetrine e lanciando pietre contro i mezzi delle forze dell’ordine. Un’agente della Polizia locale rimase ferita alla testa, mentre altri manifestanti tentarono di raggiungere il consolato americano, lanciando uova e, secondo la Questura, due ordigni incendiari che non si attivarono. Furono inoltre bruciate bandiere israeliane e statunitensi. A documentare la partecipazione di Siher alla macchina organizzativa sono alcune storie Instagram dell’epoca dalle quali emerge il suo coinvolgimento nella mobilitazione di sigle come i Gpi (di cui è un esponente di spicco), il Movimento studenti palestinesi e il sindacalismo di base dei Cobas. Una rete che si incrocia con quella dell’antagonismo, nella quale operano anche i Carc. Siher rilanciava sul proprio profilo le indicazioni per raggiungere il capoluogo lombardo da Bologna, Roma e Torino, diffondendo le locandine dei gruppi impegnati nell’organizzazione dei trasferimenti. Si tratta proprio dei gruppi con cui era in contatto.
Il Movimento 17 ottobre, quindi, non rappresenta il primo contatto di Siher con l’organizzazione delle manifestazioni. Le storie social del 2024 mostrano che lui era uno dei protagonisti che muovevano l’ingranaggio, insieme a sua moglie Sagia Hammoud, indagata per i medesimi reati di Siher.
Ma c’è un altro elemento che emerge dai contenuti pubblicati sul suo profilo: proprio nel periodo in cui promuoveva le piazze, trovava spazio anche un manifesto in cui si spiegava come il jihadismo fosse la «vera essenza» dell’islam. Un post dedicato all’influenza del capitalismo sulla mentalità musulmana, nel quale veniva contestata l’accettazione di una «versione diluita dell’islam». Secondo Siher «nelle società capitaliste, l’islam, come tutte le altre religioni, è relegato alla vita privata. Si prevede che non eserciti alcuna influenza sulla vita sociale o sulla visione politica del mondo». Un testo in cui l’islam viene presentato come una religione che non dovrebbe limitarsi alla sfera privata, ma esercitare un’influenza sulla società e soprattutto mostrare la propria natura, quella «jihadista». Youssef Siher aveva un’esperienza alle spalle, ha «abbandonato» le piazze solo nel periodo antecedente il lancio della piattaforma, e ora sarà importante ricostruire cosa abbia progettato nei mesi lontano dai cortei.
